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Immigrazione italiana 1970-1990

49. Le donne immigrate (prima parte)

La letteratura sull’immigrazione italiana in Svizzera, ormai vastissima, ha sempre preso in considerazione soprattutto l’evoluzione della componente maschile. Eppure, nel periodo in esame (1970-1990), la componente femminile ha svolto un ruolo fondamentale in tutti gli ambiti. Si cercherà, di seguito, di evidenziarne alcuni aspetti, spesso poco valorizzati, anche per dare qualche risposta agli interrogati lasciati in sospeso in un precedente articolo sulle «Donne svizzere in marcia» (cfr. L’ECO del 3.2.2021).

Lo stereotipo

In molte narrazioni dell’immigrazione italiana in Svizzera, dirette a mettere in luce soprattutto la drammaticità delle condizioni degli immigrati e il loro carattere combattivo e rivendicativo, si dimentica spesso di sottolineare il notevole contributo, anche se talvolta poco appariscente, delle donne immigrate alla soluzione di molti problemi e all’integrazione.

Del resto, per molto tempo, dagli stessi immigrati il ruolo della donna era considerato secondario, del tipo tradizionale «tutta casa e famiglia», per cui risultava normale che incombesse sulle donne gran parte dei lavori domestici, dell’educazione dei figli e dei contatti essenziali con la società, e che non avessero bisogno di istruirsi, perfezionarsi, pensare alla carriera, disporre di un minimo di tempo libero da dedicare a sé stesse.

Di fatto, in pubblico, ai vertici delle associazioni, nei rapporti con le istituzioni, nella formazione delle delegazioni e soprattutto nella «lotta» per rivendicare maggiori diritti, solo uomini comparivano in primo piano, anche se le donne erano sempre richieste nella logistica (diramare inviti, stampare documenti, preparare sale, ecc.).

Raramente le donne riuscivano ad affermarsi nelle associazioni, negli organismi di rappresentanza e nei partiti politici. Anche nelle liste per qualche elezione significativa la loro presenza spesso costituiva più che una seria candidatura per l’elezione una specie di foglia di fico per coprire il maschilismo che stava a monte.

Questo era in estrema sintesi lo stereotipo della donna immigrata, diffuso soprattutto tra gli italiani.

La donna in famiglia

Eppure era evidente quanto fosse complesso, impegnativo, delicato e faticoso il ruolo della donna immigrata in famiglia, anche nel caso che non avesse avuto un lavoro fuori casa. Sarebbe bastato tentare di calcolare in valore monetario i lavori domestici (supponendo che venissero svolti da persone retribuite a ore) e la cura ed eventuale assistenza dei famigliari (marito o compagno compreso) per rendersi conto che l’apporto delle donne al bilancio familiare anche solo con questi lavori e queste cure non era indifferente. Purtroppo, però, il lavoro domestico delle donne (che supera spesso di oltre il 50% quello degli uomini) è ancora considerato «lavoro produttivo non pagato»!

Nella famiglia, anche in emigrazione, la donna non svolgeva però solo i ruoli tradizionali fondamentali, ma gestiva l’intera economia domestica con grande dedizione, per assicurare il benessere di tutti i componenti, e con grande generosità, per consentire loro di emergere attraverso il lavoro, l’associazionismo, lo studio, la carriera. Anche buona parte della riuscita e dell’integrazione dei figli (seconda generazione) è dovuta senza dubbio alle attenzioni delle madri, al loro sostegno, ai rapporti che hanno saputo tenere (talvolta nonostante grosse difficoltà linguistiche) con altri genitori (anche svizzeri) e con gli insegnanti.

La donna e il lavoro

La donna italiana immigrata ha sempre lavorato, normalmente più degli stessi uomini, perché oltre ai lavori casalinghi lavorava in fabbrica o nei servizi (vendita, alberghi, ristorazione, ospedali, pulizia, ecc.) contribuendo non solo al bilancio familiare ma anche allo sviluppo dell’economia del Paese.

Purtroppo, però, alle donne venivano riservati quasi sempre lavori di routine, poco qualificati e poco gratificanti, costringendole di fatto a subirne loro malgrado le conseguenze, ossia una remunerazione sistematicamente inferiore a quella dell’uomo, scarsi incentivi al perfezionamento e la probabilità di perdere il posto di lavoro per prime in caso di crisi. Solo negli anni Ottanta, come si vedrà nel prossimo articolo, la situazione ha cominciato a migliorare. (Segue)

Giovanni Longu

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