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Tempo di ciliegie…

Care lettrici e cari lettori,

forse non più cosi agile come da bambina, ma sempre con la stessa grinta e passione, non resisto ad arrampicarmi su un albergo di ciliegie.

Il ciliegio per me è casa. Quante volte vi «soggiornavo»sul mio preferito, nelle proprietà di famiglia, alle pendici dell’Etna, per studiare testi prima degli esami. Quante volte mi rifugiavo su quei tronchi a sembianza di divano, assaporando la lettura del libro del momento e delle ciliegie rosse e nere, fresche e a portata di mano. Quante volte mi viene la voglia di rifarlo adesso…

La ciliegia. Estate e ciliegie. Lucide. Rosse. Nere. Succose. Lusingano, assalgono la gola: «una tira l’altra».

Lucullo, Lucio Licinio Lucullo (in latino: Lucius Licinius Lucullus; Roma, 117 – 56 a.c.) è stato un grande generale romano, un uomo ricchissimo, raffinato ed eccentrico. L’uomo che ha capito tutta la simbologia e il valore della ciliegia. Infatti, Plutarco, cosi si esprime su di lui:

«Lucullo, che dalle sue campagne in Oriente ha importato il ciliegio, amava naturalmente la buona tavola. Certo, tutti gli aristocratici e i ricchi offrivano banchetti sontuosi, e i grandi chef erano molto contesi, mentre la cucina dei romani comuni era piuttosto semplice. Ma è proprio dalla raffinatezza dei suoi banchetti, dalla preziosità delle stoviglie, dalla originalità dei cibi che è nata l’associazione tra il suo nome e la ricercatezza gastronomica. Da quando assaggiò, le ciliegie le volle sempre presenti nei suoi “luculliani banchetti”. »

Così, Lucio Lucullo, console e comandante militare romano, nel 65 a. C. sconfisse Mitridiate VI, re del Ponto, si prese la città di Cerasunte, lì trovò dei piacevolissimi frutti rossi, succulenti, dolci, e se li portò a Roma, chiamandoli «cĕrăsa», ciliegia, visto che proveniva da Cerasunte.

Nell’Urbe le ciliegie erano una genuina ghiottoneria e non solo per gli uomini; nella villa di Poppea, nei pressi di Pompei, e nelle case a Ercolano, si trovano dipinti di uccelli che se le mangiano, testimoniando già da allora i danni da corvidi e storni.

Con il Cristianesimo la ciliegia si legò al sacro, sia per il colore rosso, che riconduceva al sangue e alla Passione di Cristo, sia per il nocciolo, che ricordava il legno della Croce di Gesù. La Passione di Cristo è però immagine dell’Ultima Cena e la ciliegia diventa, così, simbolo di nutrimento.

Abbiamo anche un “santo delle ciliegie che nutrono”,ossia San Gerardo dei Tintori (1134-1207), patrono di Monza. Si racconta che questo sant’uomo si trattenesse in chiesa a pregare fino a tarda ora. Una sera d’inverno, per persuadere i canonici del Duomo a lasciarlo rimanere oltre l’orario di chiusura, promise loro un cesto di ciliegie; benché fuori stagione le consegnò la mattina successiva.

Su questi contenuti, nella Gran Bretagna medioevale, si diffuse una ballata popolare intitolata “Il ciliegio”, “The Cherry Tree Carol”. Questa ballata narra che «Giuseppe era un uomo anziano quando sposò Maria nella terra di Galilea. Giuseppe e Maria attraversarono un frutteto di ciliegie rosse come il sangue e Maria disse “dammi una ciliegia perché dovrò avere un bambino.” Allora un grande albero di ciliegio s’inchinò e Maria colse una ciliegia, rossa come il sangue, e mentre Giuseppe camminava sentì un angelo cantare: Questa notte nascerà il nostro re Celeste. »

Non di meno sono i nostri cantautori italiani. Basta ricordarne tre: Branduardi con Il ciliegio che riprende e cambia la ballata anglosassone. Mango con Quant’è rossa la ciliegia. Febo con Ciliegie.

Secondo la mitologia la pianta di ciliegio era sacra a Venere e le ciliegie erano considerate il portafortuna per le coppie di innamorati. Pensate infatti che ancora oggi in Sicilia si dice che le dichiarazioni d’amore è meglio farle sotto agli alberi di ciliegio.

Ecco. Volevo ispirarvi… É tempo di ciliege…

Graziella Putrino

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