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Covid 19: una guerra globale?

Vediamo le differenze fondamentali

Cari lettori, molte analisi hanno paragonato il Covid-19 a una guerra globale per il grande numero di morti e feriti (e già qui ci sarebbe da notare una enorme differenza fondamentale, di cui parlerò tra un attimo), per la crescita dei disturbi mentali, per il blocco di molte attività produttive, per il largo intervento dello stato, per il conseguente forte aumento del deficit e debito pubblico e per l’ampio sostegno fornito dalle banche centrali. Cominciamo dalla più ovvia, ed importante, distinzione: durante quella guerra morirono ben 65 milioni di persone!! Questa pandemia arriverà forse a mietere 10 milioni di vittime. Tuttavia la distinzione è molto più grande del 6,5 a 1 che sembra a prima vista, per due fattori. Il primo è che la popolazione mondiale oggi è di ben 3 volte superiore a quella del 1940. Quindi in termini percentuali il numero di vittime è di ben 20 volte inferiore a quello della Seconda Guerra. Venti a uno. Differenza immane. Inoltre, altra distinzione assolutamente fondamentale, questa pandemia ha quasi esclusivamente stroncato le vite di anziani (età media dei morti circa 80 anni), mentre in guerra morirono decine di milioni di giovani!! E per quanto molti considerino ogni morte come una tragedia, è indiscutibile che morire uccisi a 40 anni sia ben più tragico che venire falciati da un virus ad 80. Quindi, in termini di anni di vita persi in rapporto alla popolazione, la differenza è ancora più stratosferica rispetto al numero totale di morti. Questo bisogna sempre tenerlo a mente.

Passando a questioni economiche, negli Stati Uniti, ad esempio, la Seconda Guerra Mondiale provocò una crescita del debito pubblico dal 40 al 110 per cento del Pil, in larga parte finanziato dalle emissioni di titoli pubblici acquistati dalla Federal Reserve. Con operazioni di mercato aperto, la banca centrale si impegnò anche a tenere molto bassi i tassi d’interesse. Il suo bilancio aumentò enormemente, così come la base monetaria. Fu introdotto un controllo dei prezzi, ma risultò blando per il semplice motivo che molti beni vennero razionati o non più prodotti (le automobili, ad esempio), mentre il settore delle costruzioni cessò di operare. I consumi privati spinti a livello di sussistenza dall’impossibilità di consumare provocarono un forte aumento del risparmio. Dati i bassissimi tassi d’interesse a medio e lungo periodo, gran parte del risparmio fu investito in attività liquide. Così l’offerta di moneta crebbe enormemente e la sua velocità di circolazione diminuì bruscamente. Ciò è esattamente quanto si è osservato lo scorso anno quando l’offerta e la domanda di beni mostravano una forte contrazione, il deficit e il debito pubblico degli Stati Uniti passava dal 105 al 136 per cento, la Fed acquistava un’enorme quantità di titoli pubblici, finanziava il sistema bancario e si impegnava a mantenere bassi i tassi sia a breve, sia a lunga scadenza. Spinti dal risparmio privato, i depositi bancari cominciarono a lievitare, così come l’offerta di moneta, che era rimasta sostanzialmente stabile per oltre un ventennio, anche durante la grande crisi globale del 2007-2009 quando il bilancio della Fed aveva conosciuto una prima impennata. Ora alcuni vedono appunto molte analogie anche tra l’attuale fase di uscita dalla pandemia e il secondo dopoguerra. In particolare, negli Stati Uniti, dopo una brevissima recessione nel 1945, dovuta al passaggio da una economia di guerra a una di pace, i consumi rimasti a lungo compressi salirono velocemente, mentre l’inflazione balzò dal 2 al 20 per cento fra il 1946 e il 1947. L’aumento dei prezzi fu tuttavia temporaneo, anche perché il deficit pubblico si trasformò rapidamente in un attivo di bilancio e la politica monetaria, attraverso un aumento della riserva obbligatoria e del tasso di sconto, smise di essere espansiva. Così anche le aspettative d’inflazione rimasero sempre sotto controllo, il debito pubblico rientrò e l’economia americana, dopo una breve contrazione nel 1947, conobbe una stabile e duratura crescita.

Oggi come allora, l’uscita dalla crisi è accompagnata da un forte aumento dei prezzi, provocato sia da vincoli all’offerta che dalla ripresa della domanda, mentre la crescita appare ancora frammentata fra settori e settori (si pensi al turismo o allo spettacolo). Tuttavia, questa volta le autorità monetarie sono molto più titubanti a stringere i cordoni della borsa e sia negli Stati Uniti sia in Europa stanno per partire imponenti piani di investimenti nelle infrastrutture, nell’economia digitale e nella salvaguardia dell’ambiente. Quindi nei prossimi anni i debiti pubblici, al contrario di allora, non solo non diminueranno, ma addirittura continueranno a crescere! Dalla fine della seconda guerra mondiale molte cose sono cambiate, tra cui la demografia, la globalizzazione, il progresso scientifico e la produttività. Inoltre, la pandemia non è stata ancora completamente sconfitta. Ecco, forse, perché le autorità sono molto più preoccupate che le economie possano ripiombare nella stagnazione e sono convinte che l’inflazione sia temporanea. Così l’indirizzo delle politiche economiche si mantiene espansivo. Insomma, se è vero che “la storia è maestra di vita” (Cicerone), è anche vero che “gli Dei ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un Dio apre la via” (Euripide). Non bisogna essere troppo sicuri e convinti che la ripresa economica sarà senza sbandate ed inflazione fuori controllo... bisogna invece stare molto attenti.

Peter Ferri

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