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Siamo tutti, in fondo, razzisti?

Care lettrici e cari lettori,

la settimana scorsa, la Rai ci ha regalato due serate all’insegna dell’umorismo. Di uno molto sottile. Di uno con un messaggio profondo, quale la tematica sul razzismo. La globalizzazione della famiglia, non in senso di famiglia allargata.

«Non sposate le mie figlie!» è una commedia francese del 2014 diretta da Philippe de Chauveron. A poche settimane dalla contagiosa voglia di essere tutti “Charlie” nel 2015, il regista Philippe De Chauveron risponde a questa domanda con una commedia multi etnica, confezionata prima dei terribili avvenimenti di Parigi.

Il film è stato uno dei fenomeni cinematografici europei degli ultimi anni con un incasso che ha superato i 130 milioni di euro. La pellicola, piacevole ed arguta, affronta con ironia temi seri e attuali, come l’immigrazione, il razzismo e l’identità nazionale, esibendo tabù e clichè di una società che fatica a stare al passo con i tempi.

Nel cast, oltre ad una schiera di giovani e bravi attori, anche Christian Clavier e Chantal Lauby, che interpretano i genitori della famiglia protagonista. Padre, madre e quattro figlie femmine, questi sono i membri della famiglia Verneuil. I genitori, Claude e Marie, sono borghesi e conservatori, hanno trasmesso alle figlie i principi della loro Francia: tolleranza, integrazione e anticonformismo. Le quattro fanciulle decidono di sposarsi con figli di immigrati mettendo a dura prova il proverbiale savoir faire di Claude e Marie. La globalizzazione, sotto forma di lupo cattivo, entra dall’ingresso principale nella fiaba della famiglia Verneuil che è una famiglia borghese e cattolica della provincia francese, la quale professa la tolleranza e l’integrazione. Tre delle quattro figlie si sposano rispettivamente con un cinese, un musulmano e un ebreo, che vengono accolti in famiglia senza apparenti scossoni. Il regista punta intelligentemente, soprattutto nella prima parte, sull’interazione tra i cognati “stranieri” durante i pranzi o le cene di famiglia, assemblando un meccanismo farsesco che risulta essere una delle cose più riuscite del film.

Raccontare con leggerezza il razzismo dei discriminati a priori, dei secundos, non è cosa semplice. In questo caso il film trae forza proprio da questo sottile e contradditorio ambito, riuscendo a comporre esilaranti botta e risposta e battute azzeccate.

Le speranze ancora vive di un matrimonio tradizionale sono tutte riposte nell’ultima figlia, che in Charles sembra finamente aver trovato il genero ideale…e abbronzato…

La ragazza però non rivela subito che Charles, il futuro marito, è un africano di origini ivoriane. La scoperta della realtà, come una goccia che fa traboccare il vaso, sconvolge tutta la famiglia.

Alla vigilia del matrimonio, l’arrivo dei genitori dello sposo peggiora la situazione tra malintesi, pregiudizi e disaccordi. Soprattutto l’ostilità del padre di Charles, ex militare che ha dovuto subire la sottomissione europea dell’Africa, crea non pochi conflitti.

Charles non se la passa meglio: i suoi genitori, africani tradizionalisti, non tollerano l’idea che egli sposi una ragazza bianca e francese, facendo di tutto per mandare a rotoli il fidanzamento. Sembra proprio che questo matrimonio non s’abbia da fare, le tensioni esplodono anche tra i futuri suoceri, ultraconservatori e poco inclini a rinunciare alle loro tradizioni, ma la forza del legame familiare finisce per prevalere e amalgamare il melting pot della famiglia Verneuil.

Il lieto fine d’obbligo porta alla composizione dei contrasti e ci aiuta a specchiarci con onestà in Claude, con le sue difficoltà a riconoscere la diversità di ciascuno dei suoi quattro generi e del suocero. Perché niente aiuta più a correggere un limite dell’ammettere ad alta voce di averlo.

«Non sposate le mie figlie» tra differenze e razzismo, tra pregiudizi e globalizzazione, dipinge con guizzi di comicità le tensioni e i contrasti che scuotono la nostra società. Il regista Philippe De Chauveron, attraverso questa commedia corale sul confronto etnico, affronta con briosità e disinvoltura alcuni temi di grande attualità: il matrimonio misto, l’immigrazione, la diversità, il razzismo, l’intolleranza nei confronti di chi è diverso per colore, cultura o religione. I personaggi, pur rafforzando l’idea che siamo tutti un po’ insofferenti verso l’altro, sono aperti all’accoglienza e all’alteralità, che l’integrazione diventa una conquista nel momento in cui si supera il pregiudizio e si continua a credere nell’unione multiculturale e religiosa.

Dopo la visione del film, l’insegnamento più forte che ci resta è che in fondo sono le diversità a renderci simili e che vivere insieme e in pace è ancora possibile. Anzi, dovrebbe esserlo.

In fondo: siamo tutti un po’ razzisti.

E quindi siamo tutti uguali?

E allora non c’è bisogno di essere razzisti.

Si può riassumere così, con questo paradosso, la commedia di Philippe de Chauveron «Non sposate le mie figlie!», che con leggerezza sorride delle tensioni razziste serpeggianti nella benpensante, apparentemente illuminata e tollerante borghesia francese e non solo in quella…

Graziella Putrino

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