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Verso una Scozia Indipendente

Nicola Sturgeon è intenzionata a riorganizzare un nuovo referendum

Il rapporto tra Londra e Edimburgo ha certamente conosciuto momenti peggiori. Tuttavia, nell’ultimo ventennio, e nonostante le ripetute concessioni del governo britannico (o forse anche a causa di quelle), le richieste scozzesi sono aumentate. L’apice del processo, cominciato appunto con la devoluzione del 1998, è stato il referendum sull’indipendenza celebrato il 18 settembre 2014 che, inaspettatamente, ha visto la vittoria del “no” con oltre il 55 per cento dei consensi. Il successivo voto sulla Brexit, nel 2016, ha però sicuramente contribuito a cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica scozzese: a soli sei anni da quel fallimento, quindi, la premier scozzese Nicola Sturgeon è intenzionata a riorganizzare un nuovo referendum, probabilmente dopo le elezioni generali del 6 maggio 2021, che dovrebbero sancire un suo trionfo. Ma quanto è autonoma la Scozia? E perché non si accontenta delle concessioni ottenute finora?

Per cominciare a rispondere si può fare affidamento sul Rai, il Regional Authority Index. Nel caso della Scozia, e nonostante tutte le riforme approvate a partire dallo Scotland Act del 1998, l’indice è rimasto fermo dal 1999 in poi ed è pari a 20,5 su 30. Il punteggio è così composto: 14 punti su 18 ottenuti in relazione alla (buona) autorità esercitata dal governo scozzese su coloro che abitano la regione; 6,5 su 12 ottenuti in base alla (scarsa) influenza che l’amministrazione scozzese ha sul Regno Unito nel suo complesso. Per avere alcuni termini di paragone, il Rai gallese e quello nordirlandese sono solo di poco inferiori, rispettivamente pari a 19,5 e 18,5. La Scozia resta ben al di sotto di altre regioni quali Quebec (24,5) o Catalogna (23,5). Anche il livello regionale di sistemi riconosciuti propriamente come modelli federali, come quello tedesco o svizzero, fa registrare punteggi ben più elevati.

I flussi di risorse tra Londra e Edimburgo

Questione ancora più complicata è capire la dipendenza, eventualmente reciproca, tra Londra e Edimburgo. Come in tutti i paesi unitari, e nonostante tutto il Regno Unito lo è ancora, è molto difficile regionalizzare la spesa pubblica. Le ragioni sono le stesse ovunque: difficoltà ad assegnare localmente la spesa per i beni pubblici puri, difficoltà a stabilire le quote di debito pubblico e così via. Una particolarità del rapporto tra Londra e Edimburgo è che il saldo di bilancio scozzese e quello britannico hanno avuto un andamento simile dal 1998 in poi: tuttavia, le performance scozzesi sono sempre state peggiori e venivano regolarmente compensate dalle entrate derivanti dalle North Sea revenue, cioè le imposte sulle attività offshore di estrazione di gas e petrolio. Dal 2013 queste entrate sono crollate e dal 2016 la petroleum revenue tax è addirittura diventata negativa (rimborsi alle aziende).

Negli ultimi anni, il bilancio scozzese registra regolarmente un andamento peggiore di quello britannico. Come si finanzia, quindi, la Scozia? Le entrate vengono quasi interamente raccolte e amministrate dal governo britannico di Londra; ancora dopo il 2016, le uniche imposte di intera competenza scozzese sono una quota dell’imposta sul reddito (non-saving and non-dividend income tax), l’imposta municipale (council tax), la tassa sulle discariche (landfill tax) e altre imposte immobiliari (land and buildings transactions tax; non-domestic rates); nuove entrate devolute dovrebbero essere attivate a breve. Dal 2019 anche una quota dell’imposta sui consumi (Vat, la nostra Iva) è devoluta alla Scozia. Il resto delle entrate dipende da trasferimenti diretti (block grants) dal governo di Westminster. L’importo annuo tiene conto della dimensione della popolazione, della cessione di tributi devoluti e dell’adeguamento della spesa pianificata del governo britannico.

L’ammontare dei trasferimenti, al lordo degli adeguamenti, è effettivamente aumentato nell’ultimo quadriennio. Attualmente i trasferimenti netti valgono poco meno di 30 miliardi di sterline. La storia dell’indipendenza scozzese non può certo essere ridotta a meri ragionamenti quantitativi su indici e bilanci. Tuttavia, a livello politico ed elettorale, è proprio su questi temi che si giocano partite come quella del referendum per l’indipendenza. La strada sembra ormai segnata: nonostante la poca volontà del primo ministro britannico Boris Johnson di fare concessioni, il futuro molto probabilmente riserverà solo un aumento delle rivendicazioni da parte della Scozia. Meglio ancora, in un prossimo futuro la Scozia lascerà l’immeritevole Regno Unito (che quindi non esisterà più), ed entrerà a far parte della grande famiglia dell’Unione Europea.

Peter Ferri

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