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Italia-Svizzera

160 anni di relazioni diplomatiche (seconda parte)

L’esitazione della Svizzera a riconoscere il Regno d’Italia non era dovuta solo a ragioni di politica internazionale. Le voci riguardanti la rivendicazione italiana sul Ticino, benché ritenute «chimeriche» da Cavour preoccupavano il Consiglio federale perché concernevano alcuni punti essenziali della stessa esistenza della Confederazione: la neutralità, la coesione nazionale e la collaborazione con i Paesi confinanti. Dal Regno d’Italia la Svizzera si aspettava chiarezza, rapporti di buon vicinato e collaborazione.

La neutralità armata

Sul piano internazionale la Svizzera moderna si fondava su un atto del Congresso di Vienna del 1815 e sulla Costituzione federale del 1848. Il primo le garantiva l’indipendenza e l’integrità territoriale in cambio del suo statuto di neutralità perpetua, la seconda conferiva alla Confederazione poteri esclusivi in politica estera e nella difesa nazionale. Il secondo elemento era evidentemente funzionale al primo perché era impensabile, nella seconda metà dell’Ottocento, che le potenze che avevano deciso nel 1815 la neutralità svizzera l’avrebbero assicurata ad ogni costo per sempre: solo la stessa Svizzera avrebbe potuto difenderla e per questo doveva essere «armata».

Durante la prima guerra d’indipendenza italiana (1848-49), la Svizzera aveva cominciato a erigere fortificazioni a sud di Bellinzona, anche se allora erano soprattutto in funzione anti-austriaca e non anti-italiana. Sapeva infatti che in caso di guerra ai suoi confini, quello meridionale sarebbe stato il più difficile da difendere, a causa della sua lunghezza (744 chilometri) e, soprattutto, in mancanza di un esercito in grado di difenderlo efficacemente.

Pertanto, ritenendo indispensabile per la difesa dei suoi confini disporre di un proprio esercito ben preparato e di fortificazioni adeguate, nella Costituzione federale del 1848 furono introdotti sia l’obbligo del servizio militare per ogni svizzero e sia criteri vincolanti per la costituzione dell’«armata federale» (artt. 18 e 19 Cost. 1848).

Guillaume-Henri Dufour (1787-1875), général de l'armée fédérale, un des fondateurs de la Croix-Rouge, membre du Comité des Cinq, signataire de la Convention de Genève du 20 août 1864.

Strategia difensiva

Nel 1862, dopo che «rumori di annessioni del Ticino» si erano sentiti anche nel Parlamento italiano, il generale Dufour, l’eroe della guerra del Sonderbund (1847-48), cercò di tranquillizzare i politici e la popolazione affermando che «l’esercito è pronto!» (Die Armee ist da!), potendo disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale (Landwehr). Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati.

Quanto le assicurazioni di Dufour fossero ritenute credibili dai Paesi confinanti non è dato sapere, ma è certo che mai alcun esercito ha tentato di occupare anche solo una piccola parte del territorio svizzero. In fondo, per molti Stati e non solo per l’Italia, era utile che esistesse in Europa uno «Stato intermedio» forte e indipendente, come sosteneva nel 1862 l’allora ministro degli esteri italiano Giacomo Durando.

Non si può negare, tuttavia, che la neutralità e l’indipendenza della Svizzera furono salvaguardate soprattutto da una strategia difensiva della Confederazione, dettata dall’incrollabile volontà degli svizzeri di preservare la propria indipendenza e il proprio territorio.

La coesione nazionale

Il secondo problema che poneva il riconoscimento del Regno d’Italia alla Confederazione, riguardava la coesione nazionale. Non va dimenticato che la Confederazione, ad appena tredici anni dalla sua costituzione, si sentiva ancora fragile perché non era uno Stato nazionale unitario ma composito, frutto di singole volontà di stare insieme. Se anche solo una di esse fosse venuta meno, ne avrebbe sofferto l’intera struttura, perché avrebbe aggravato i contrasti esistenti tra diversi Cantoni, tra Cantoni e Stato centrale, tra agglomerazioni urbane industriali e centri agricoli tradizionali, tra forze conservatrici e forze progressiste, senza dimenticare le latenti possibilità di ulteriori contrasti a causa delle differenze linguistiche, religiose, culturali, sociali, ecc.

In questa fragile struttura il Ticino e la parte meridionale dei Grigioni sembravano rappresentare l’anello debole della catena, non tanto per il vago timore di annessione da parte dell’Italia, quanto piuttosto per i forti contrasti interni riguardanti l’atteggiamento da tenere non solo nei confronti degli esuli italiani, ma anche nei confronti delle autorità federali, molto critiche nei confronti del Ticino per la facilità con cui il Ticino sembrava accogliere i fuorusciti dall’Italia.

A preoccupare il Consiglio federale era soprattutto la possibilità che i contrasti interni degenerassero in scontri violenti e che il disagio della popolazione ticinese, che si sentiva abbandonata da Berna, si ampliasse. Se esasperato avrebbe potuto spingere molti cittadini a preferire, se ne avessero avuta la possibilità, di vivere sotto un altro governo (Italia) piuttosto che sentirsi «sudditi» di un Paese che sembrava poco attento alle loro esigenze o addirittura vessatorio. In caso di scontri violenti o di forti contrasti con la Confederazione sarebbe stata messa in pericolo la fragile coesione nazionale.

Disagio ticinese

Il disagio di molti ticinesi nasceva, dunque, oltre che dai contrasti interni tra i partiti, dall’atteggiamento della Confederazione nei loro confronti, che considerava la maniera con cui sembravano accogliere gli esuli italiani non una manifestazione di fraterna solidarietà, ma un sostegno talvolta eccessivo e indiscriminato ad anarchici e oppositori, col rischio di pregiudicare la neutralità svizzera e provocare ritorsioni. E poiché la Confederazione aveva il compito costituzione di «sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero» e di «mantenere la tranquillità e l’ordine nell’interno» (art. 2 Cost. 1848), in più occasioni inviò nel Ticino commissari federali e reparti dell’esercito a scopo precauzionale o intimidatorio, a seconda dei punti di vista.

In realtà, sia il Ticino che il Grigioni resistevano agevolmente sia all’attrazione italiana che al malcontento verso la Confederazione, sviluppando un grande senso della propria identità linguistica e culturale. Spesso, tuttavia, questa loro ricerca di autonomia veniva fraintesa alimentando in alcuni confederati persino il sospetto d’irredentismo.

Per molti ticinesi era la Confederazione che faceva ben poco per sostenere con fiducia il loro senso di appartenenza alla Svizzera e per rimuovere i sospetti nei loro confronti, benché sapesse che le frange irredentistiche nel Ticino erano esigue e ininfluenti. Anzi dava l’impressione di considerare il Ticino come un Paese suddito in cui fosse lecito esercitare senza alcun freno la penetrazione economica, demografica e culturale soprattutto degli svizzero-tedeschi.

Il riconoscimento elvetico

In queste condizioni, è comprensibile che la Confederazione non aspettasse altro che una grande potenza europea riconoscesse il Regno d’Italia, in modo da poterlo finalmente riconoscere a sua volta e intrattenere gli auspicati rapporti di buon vicinato e di collaborazione col nuovo Stato confinante. Anche le tensioni col Ticino molto probabilmente sarebbero cessate e la coesione nazionale sarebbe stata salvaguardata.

Per una coincidenza fortuita, lo stesso giorno in cui il Consiglio federale faceva pervenire al governo italiano la risposta interlocutoria sul riconoscimento del Regno d’Italia, giunse la notizia che la Gran Bretagna aveva riconosciuto il nuovo Stato. Poiché una grande potenza l’aveva riconosciuto, anche la Svizzera poteva farlo e il Consiglio federale incaricò subito il suo rappresentante a Torino di trasmettere al Conte di Cavour il formale riconoscimento elvetico del Regno d’Italia (2 aprile 1861).

Almeno per il momento tutte le questioni sembravano in via di soluzione e i due Paesi potevano riprendere nel rispetto reciproco la collaborazione che ciascuno a modo suo si riprometteva. Essa sarà, come si vedrà in seguito, da subito intensa, ampia e lungimirante. (Segue)

Giovanni Longu

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