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… 9 maggio … … a Mamma…

Care lettrici e cari lettori,

Rieccoci. Puntualmente, come ogni anno, il calendario, la pubblicità, i fiorai e anche il Covid ci ricordano: domenica è la festa della mamma…

L’etimologia della parola madre (come quella di padre) è da ricondursi al sanscrito; infatti, anche se alcuni collegano questo termine alla facilità di pronuncia della lettera "emme" per i bambini, essa è riconducibile alla radice sanscrita ma- con il sigificato primario di misurare, ma anche di preparare, formare. Da questa radice deriva poi il termine matr, che diventerà mater in latino, colei che ordina e prepara, donando il suo corpo e sopportando il dolore, il frutto dell’amore, alla vita .

L’arte di essere mamma non si insegna a scuola, non si eredita né si impara sui libri. Si sente, nasce e compare di colpo come una corazza che ci riveste e ci dà un’enorme forza, che non avevamo mai saputo di possedere.

Anche essere papà, nonno, nonna, zio o zia significa scoprire di colpo che una parte della nostra essenza prende forma e conquista il nostro cuore. È meraviglioso. Eppure, è l’atto di mettere al mondo una nuova vita a stabilire il vincolo più forte, più profondo e intimo: quello tra la madre e suo figlio, sua figlia.

Essere mamma significa dare forma a un amore che non si credeva potesse esistere. E anche se sapete bene che non siete la sola donna ad aver messo al mondo un bambino, la vostra esperienza è, per voi, unica al mondo. Vi sentite più vive, e ogni giorno vi sorprendete del fatto che qualcosa di così piccolo possa, in realtà, essere così grande.

La maternità è per la donna una fase di vita, un periodo evolutivo di profondo cambiamento.

Cosa accade alla donna nei momenti di grande cambiamento?

Una sensazione forte dove, si mischiano la tristezza per la perdita delle sicurezze precedenti, lo spaesamento dato dallo scenario che improvvisamente cambia, l’ansia per il senso di inadeguatezza e la paura del nuovo. Tutto questo determina smarrimento e spesso un conseguente sentimento di crisi di adattamento. E la maternità può diventare per le neo-mamme un’esperienza anche di profonda crisi, in un contesto sociale e familiare che pretende una madre felice e basta. Le ricerche (Milgrom,2004) affermano che molte donne dopo il parto attraversano momenti di scoraggiamento e di demoralizzazione e almeno una donna su dieci va incontro a un vero e proprio disturbo depressivo maggiore senza tratti psicotici.

Anziché raggiungere la tanto attesa serenità molte donne si trovano a dover affrontare sia le continue richieste del neonato, che la perdita dell’ordine della routine, le notti insonni, i cambiamenti di ruolo e l’isolamento. Questo sconvolgimento emotivo può generare un’esperienza di malessere di varia intensità.

Malessere psicologico sottostimato perché circa il 50% delle donne che ne sono affette non chiede aiuto e comunque, anche se un aiuto viene loro offerto, spesso lo rifiutano, probabilmente, perché anche questo confermerebbe il senso di inadeguatezza, ponendo la domanda: sono capace a fare la mamma?

E’ un momento della vita in cui la donna è fragile e sensibile, coinvolta in processi intrapsichici di perdita e “cambiamento”.

Quando una donna prende suo figlio, sua figlia tra le braccia, sigilla un patto con lui, con lei. A bassa voce, quasi sussurrando, promette che farà tutto ciò che potrà per renderlo, renderla una persona felice, per proteggerlo, proteggerlo dal male e sostenerlo, sostenerlo in tutte le sue scelte, ogni giorno della sua vita.

Il cuore di una mamma diventa di colpo più grande e, con lui, la sua capacità di amare. È un amore diverso, e così potente che vi farà perdonare ciò che altri non perdonano. E non avranno importanza le notte insonni, quelle ore perse a curare i figli quando saranno malati, quando ci chiameranno perché hanno paura del buio, o della scuola, o di cambiare casa, città…

Con il parto una donna diventa fisicamente madre e prende forma una nuova identità: il senso dell’essere madre (Stern 2000). La nascita, o la rinascita, del “senso dell’essere madre” emerge gradualmente ed è un’esperienza interiore intensa, che passa anche attraverso la sofferenza fisica e psicologica dovuta prevalentemente al passaggio a ruoli diversi, per molti aspetti inaspettata ed ambivalente, come ambivalente è il manifestarsi dell’amore materno caratteristico di questa nuova identità. La mamma, è investita da profonde e importanti trasformazioni psicologiche che si riflettono sulla sfera intrapsichica, affettiva, relazionale, cognitiva e sociale.

C’è chi percepisce quando “è il momento”. Il momento in cui vuole essere madre, perché sente che così dev’essere, e perché la sua situazione personale glielo permette. In altri casi può essere un imprevisto che all’inizio ci spaventa, finché non riusciamo ad accettarlo e alla fine diventa il miglior imprevisto della nostra vita. Loro, I nostri figli, saranno bambini solo una volta nella vita, ma noi saremo per sempre le loro mamme. E questo è un patto che accettiamo con una serenità immensa, consapevoli di ciò che comporta, della responsabilità che ci assumiamo.

Nel rapporto materno influisce l’eredità che la figlia ha ricevuto dalla propria madre nel suo primo legame con lei, perché la famiglia di origine è il contesto più influente, è il copione al quale facciamo riferimento nei rapporti interpersonali; esserne consapevoli ci permette di decidere di riproporlo o meno anche nell’identità di madre. Secondo numerosi studi recenti, il modello di attaccamento che viene stabilito con il bambino è in larga misura determinato da quello sperimentato con la figura materna (Ainsworth, Blehar, Waters, Wall, 1978).

Essere mamma significa anche accettare i nostri figli per come sono, prendendoli per mano per accompagnarli lungo il miglior cammino possibile. Più avanti, li stimoleremo ad essere indipendenti rendendoli persone responsabili e impegnate. Liberi da manipolazioni psicologiche, economiche e sociali.

Non è un compito facile, ma un progetto di vita in cui il legame che stabilite con i vostri figli diventerà il principale motore che vi darà forza e vi farà andare avanti. Perché tutto vale la pena, quando è fatto con amore.

La mamma è sempre la mamma. Perfino la psicoanalisi ne ha preso atto, dopo aver privilegiato inizialmente il padre. Il primo modello freudiano, come molti sanno, proponeva che lo sviluppo di una psiche matura e stabile dipendesse da uno scontro di personalità: tra i figli che devono conquistare l’autonomia e il padre che deve imporre e trasmettere la Legge morale prima di aprire i cancelli della libertà.

Questo modello è durato fino agli anni ’60, decennio spartiacque. In quegli anni di rivoluzione sociale e culturale, nelle scienze psicologiche il conflitto edipico tra padri e figli fu lentamente sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento, soprattutto materni, prendevano il posto della rivalità con il padre. Fu Donald Winnicot il principale autore di questa svolta. In seguito John Bowlby diede una conferma empirica al nuovo modello materno-centrico. Non si pensava più che lo sviluppo della psiche e delle sue deviazioni germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma dall’accudimento sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre. Si trattava di un profondo cambiamento culturale.

La severa Torah freudiana era stata sostituita dai Vangeli amorevoli di Winnicot e Bowlby, e un gentile culto mariano subentrava alle tragedie arcaiche. E anche il copione psicoterapeutico cambiò. Non si trattava più di riprodurre in seduta le triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione tra paziente e terapeuta meno tragica e più gentile e cortese, sia pure con le sue puntate drammatiche. L’inconscio assoluto sembrava svanire, per essere sostituito da un vaporoso stato di semi-coscienza e semi-incoscienza onnicomprensiva. Diventava centrale soprattutto l’affetto trasmesso, il calore e la protezione, la vicinanza sentimentale e continua, l’accudimento sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre.

Il ruolo del padre veniva così decostruito con successo, mentre la mamma diventava sempre più la mamma, perfino nei severi paesi nordici. Nel 1999 Silverstein e Auerbach pubblicarono un articolo diventato famoso sulla prestigiosa American Psychologist, articolo intitolato “Deconstructing the Essential Father”.

Altri dati a favore della centralità della madre provengono dalla teoria evoluzionista darwiniana. Darwin e i suoi seguaci più recenti, fino a Richard Dawkins, sostengono che mentre il maschio sarebbe evolutivamente spinto a fecondare quante più femmine può (e quindi investire sul numero, e non sulla qualità della relazione con una prole amata e protetta, per diffondere i propri geni); la femmina invece punta le sue carte su pochi figli e figlie allevate e amate con cura e dedizione, seguite finché non conquistano l’autonomia. Di qui scaturirebbe darwinianamente la potenza dell’amore materno, di qui l’attaccamento profondo, violento e terribile della madre ai figli.

In un certo senso, man mano che la svolta culturale del matrimonio gay viene assorbita si delinea una inedita alleanza neo-conservatrice tra famiglia tradizionale padre/madre e famiglie “same-sex”. Ne ha parlato recentemente perfino il New England Journal of Medicine.

Insomma: la mamma è sempre la mamma, ma da sola non può farcela.

I bambini dagli adulti hanno bisogno di un sentimento vero non di un affetto perfetto, così come non hanno bisogno di una mamma perfetta ma sufficientemente buona: capace di tollerare sia la fatica e la preoccupazione dell’essere madre, sia i lati più oscuri, ambivalenti del suo amore (Winnicott, 1970). Riconoscerli permette di accettarli ed è il modo migliore per non sentirsi sopraffatte da limitanti paure e sensi di colpa, silenzi punitivi e cattiveria provocata da altri.

Domenica 9 maggio si festeggeranno tutte le mamme. Una ricorrenza civile diffusa nel mondo e celebrata in onore della maternità e dell’influenza sociale delle madri.

Le sue origini sembrano essere legate alle antiche popolazioni politeiste che, in questo periodo celebravano le divinità femminili legate alla terra. In Italia, la festa della mamma nacque nel 1957 con don Otello Migliosi, un sacerdote del borgo di Tordibetto ad Assisi ed inizialmente la data era fissa, cadeva sempre l’otto maggio, ma successivamente iniziò ad essere celebrata la seconda domenica di maggio come in tanti altri paesi del mondo. La poesia napoletana di Salvatore di Giacomo ci lascia il messaggio: non lasciamo sole le nostre mamme: di mamma ce n’è una sola:

A mamma

Chi tene ‚a mamma

È ricche e nun ‚o sape;

Chi tene ‚o bbene

È felice e nun ll’apprezza

Pecchè ll’ammore ‚e mamma

È ‚na ricchezza

È comme ‚o mare

Ca nun fernesce maje.

Pure ll’omme cchiù triste e malamente

È ancora bbuon si vò bbene ‚a mamma.

A mamma tutto te dà,

niente te cerca

E si te vede e‘ chiagnere

Senza sapè ‚o pecché,

t’abbraccia e te dice:

Figlio!!!“

E chiagne nsieme a te.

Salvatore di Giacomo, 1860-1934

Facciamo piangere le nostre mamme di… gioia. E da mamma, piangiamo di gioia, quando i nostri figli ci chiamano „mamma“… non solo il 9 maggio… perchè il legame tra mamma e figli è un filo invisibile che nessuno neanche con la forza, con la prepotenza, con le male lingue, potrà mai spezzare…

Essere mamma significa avere il cuore fuori dal corpo… un cuore che batte nei propri figli…ovunque e con chiunque essi siano. Sempre.

Graziella Putrino

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