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Italia-Svizzera

160 anni di relazioni diplomatiche (prima parte)

Il 2 aprile scorso le relazioni diplomatiche tra l’Italia unitaria e la Confederazione Svizzera hanno compiuto 160 anni. La ricorrenza è passata purtroppo inosservata, a differenza di quanto è avvenuto a Roma e a Washington per l’identica ricorrenza, ma a date diverse, tra l’Italia e gli USA. Eppure i rapporti italo-svizzeri sono stati fin dall’inizio estremamente intensi e importanti. Basti pensare all’avvio delle trattative per la realizzazione delle vie di comunicazione transalpine, allo sviluppo delle relazioni commerciali e industriali, alla prima regolamentazione delle migrazioni tra i due Paesi, al rafforzamento dell’italianità nel Ticino e nel resto della Svizzera. Pochi sanno tuttavia che gli inizi non furono facili e per quali ragioni la Svizzera non è stato il primo Stato a riconoscere il Regno d’Italia.

La Svizzera seguiva attentamente gli eventi

Quando il 23 marzo 1861 il rappresentante del Regno d’Italia a Berna Alexandre Jocteau (1801-1864) informò ufficialmente la Confederazione che il 17 marzo il Parlamento del Regno di Sardegna aveva proclamato Vittorio Emanuele (1820-1878) Re d’Italia, il Consiglio federale ne era già a conoscenza. L’incaricato d’affari di Svizzera a Torino, il ginevrino Abraham Louis Tourte (1818-1863) teneva infatti costantemente informato il Consiglio federale di quel che stava succedendo in Italia dal 1860 e le sue fonti erano sicure perché aveva spesso colloqui col presidente del Consiglio dei ministri Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), anch’egli di origine ginevrina per parte di madre. In una nota dell’11 marzo 1861, Tourte aveva anche informato il presidente della Confederazione che la Svizzera sarebbe stata una delle prime nazioni a cui sarebbe stato chiesto il riconoscimento del nuovo Stato.

La Svizzera seguiva da tempo ciò che avveniva in Italia attraverso i rapporti diplomatici con tutti gli Stati italiani che venivano man mano annessi dalle truppe piemontesi, conosceva bene la situazione del Regno delle due Sicilie (perché vi operavano 4 reggimenti di soldati svizzeri) e dello Stato Pontificio (dove prestavano servizio altri due reggimenti) e la Confederazione era spesso sollecitata da cittadini svizzeri residenti a Napoli, Roma, in Sicilia, in Toscana che si sentivano minacciati in quanto svizzeri dai conquistatori e dalle popolazioni locali.

Esitazione della Svizzera

Per il Consiglio federale non fu dunque una sorpresa né la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), né la comunicazione ufficiale trasmessagli dal ministro plenipotenziario del Re d’Italia a Berna Jocteau. D’altra parte, nemmeno per Cavour dev’essere stata una sorpresa leggere in una nota di Jocteau che la Svizzera, pur essendo intenzionata a riconoscere prontamente il nuovo Stato, voleva aspettare che una grande potenza facesse il primo passo: l’aveva già informato Tourte. Infatti, nella risposta del 30 marzo 1861 inviata al rappresentante svizzero a Torino, il Consiglio federale, pur affermando di gradire molto i «sentimenti di amicizia» del governo di Sua Maestà verso la Svizzera e l’ammirazione per i «principi d’indipendenza» a cui erano così attaccate le popolazioni svizzere, non faceva cenno alla questione del riconoscimento.

Perché la Confederazione non abbia riconosciuto subito il nuovo Stato non è facile da spiegare se si pensa che era interessata forse più di qualunque altro Stato a proseguire e sviluppare ulteriormente le buone relazioni ch’essa aveva avuto col Regno di Sardegna. Evidentemente, però, deve aver avuto valide ragioni, dal suo punto di vista, per attendere che fosse prima riconosciuto almeno da una grande potenza.

Ragioni di politica internazionale

Conviene anzitutto ricordare che, quando nei documenti diplomatici svizzeri riguardanti il riconoscimento del Regno d’Italia da parte della Svizzera si parla di una grande potenza, ci si riferisce sempre a una delle grandi potenze del Congresso di Vienna (Austria, Gran Bretagna, Prussia, Russia e Francia), le stesse che si erano impegnate nell’Atto supremo del Congresso a garantire la neutralità e l’integrità territoriale della Svizzera. Va anche precisato che quell’Atto fu firmato anche da altri Stati, ma non dal Regno di Sardegna, che non vi aveva aderito formalmente.

E’ vero che il Regno di Sardegna, anche senza formali garanzie, non si era mai mostrato aggressivo nei confronti della Svizzera e ora non c’erano ragioni evidenti per dubitare che il Regno d’Italia non tenesse lo stesso atteggiamento, ma probabilmente alla Svizzera interessavano rassicurazioni esplicite sul rispetto assoluto della sua integrità territoriale.

Forse anche per questo la Svizzera aspettava che almeno una delle grandi potenze riconoscesse il Regno d’Italia e questa non poteva essere che la Gran Bretagna, l’unica che si era detta pronta a riconoscerlo, verosimilmente non per particolari legami con la nuova realtà statuale ma per la sua evidente contrarietà a un possibile ruolo egemonico della Francia nel Mediterraneo e della Prussia (Germania) nell’Europa centro-meridionale.

Del resto, la Francia aveva già fatto sapere di essere contraria all’annessione dello Stato Pontificio (che invece Cavour riteneva necessaria sebbene non immediata) e all’unificazione dell’Italia sotto i Savoia. L’Austria, che dominava ancora nel Veneto e nel Trentino, era ancor più contraria perché si rendeva conto che la serie delle annessioni non era finita e prima o poi avrebbe interessato anche i suoi domini. Quanto alla Russia e alla Prussia, si sapeva che preferivano attendere, tant’è che il loro riconoscimento arriverà solo nel 1862.

Per la Svizzera la situazione non era piacevole, ma non le dispiaceva che fosse la Gran Bretagna a riconoscere per prima il Regno d’Italia. Seguire il suo esempio avrebbe legittimato che anche un Paese neutrale poteva muoversi liberamente secondo i propri interessi, a prescindere dalle motivazioni che avevano spinto gli altri Paesi confinanti a fare scelte diverse. Alla Svizzera, che non aveva interessi egemonici o vincoli di alleanze, in quel momento interessava unicamente sviluppare buoni rapporti col nuovo Stato di 22 milioni di abitanti proteso nel Mediterraneo e salvaguardare al contempo la propria neutralità e integrità territoriale.

Chimere di patrioti zelanti?

Purtroppo queste garanzie mancavano e la Svizzera sembrava non poterne fare a meno anche perché sull’onda delle conquiste risorgimentali si rincorrevano voci, soprattutto attraverso alcuni giornali lombardi, che lasciavano trasparire la speranza di certi irredentisti di un’annessione anche del Ticino.

L’11 marzo 1861, nel corso di una conversazione tra Cavour e Tourte, il primo aveva cercato di tranquillizzare il secondo affermando che quelle voci erano solo «chimere» di certi «patrioti troppo zelanti» e che «mai» il suo governo avrebbe intrapreso alcunché contro la Svizzera. Purtroppo, però, aveva anche aggiunto che «se la carta dell’Europa fosse rimaneggiata» e se «i Ticinesi desiderassero unirsi a noi», naturalmente col consenso della Svizzera, «certo noi non diremmo di no». Si trattava di un’ipotesi alquanto remota, ma possibile e alle orecchie di Tourte non dev’essere apparsa affatto rassicurante.

Tant’è che le voci continuavano e proprio lo stesso giorno (11.3.1861) di quell’incontro, un giornale torinese, la Gazzetta Militare, pubblicò un articolo intitolato «Nuovo equilibrio europeo», che sembrava auspicare addirittura la spartizione della Svizzera tra Italia, Francia ed Austria in base all’appartenenza etnico-linguistica degli svizzeri. L’articolo non passò inosservato, suscitando vigorose reazioni nell’opinione pubblica e «nella stampa svizzera d’ogni colore». Dovette intervenire lo stesso Cavour per chiedere alla Gazzetta Militare di rettificare quanto scritto sulla Svizzera e al rappresentante italiano a Berna per informare il Consiglio federale che il governo italiano non condivideva la tesi del giornale.

Tra polemiche, assicurazioni e rinvii

Nonostante la rettifica della Gazzetta Militare e le comunicazioni di Jocteau la polemica continuò soprattutto nel Ticino dove la Gazzetta Ticinese il 27 marzo 1861 sferrò un duro attacco sia alla Gazzetta Militare che al «ministero di Torino» con cui il giornale, «se non si prende errore, è molto in relazione», sottolineando il diverso atteggiamento degli svizzeri e delle autorità federali, schierati in favore delle libertà italiane, e quello del governo italiano che «esce apertamente col piano della divisione della Svizzera».

Per evitare che la polemica pregiudicasse i buoni rapporti tra i due Stati che da entrambe le parti si volevano ripristinare, il 30 marzo 1861 il ministro d'Italia a Berna, A. Jocteau, informava il Consiglio federale che il gabinetto di Torino disapprovava quanto pubblicato dalla Gazzetta Militare di Torino, ritenendola unica responsabile di quanto scritto.

Ciononostante, la risposta del 30 marzo 1861 del Consiglio federale al governo di Sua Maestà sulla questione del riconoscimento, trasmessa per il tramite del rappresentante svizzero a Torino A. L. Tourte, fu solo interlocutoria. Benché lasciasse intendere il desiderio della Svizzera di contribuire «a mantenere e a rinsaldare ancora con il nuovo Regno d’Italia le antiche relazioni di buona amicizia che sussistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Confederazione», non conteneva un esplicito riconoscimento del nuovo Stato. (Segue)

Giovanni Longu

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