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Giudice: una vocazione?

Vi ricordate la celebre frase di Calimero: "è un’ingiustizia, peró"?

Un’esclamazione che in certi momenti ci dava la forza di combattere sorridendo delle ingiustizie personali, o fare squadra contro delle ingiustizie sociali. La figura del giudice, davanti a Calimero, ci appariva come una persona con una vocazione non per i paragrafi in sé, ma per la giusta causa, per una giustizia sovraumana, che rimettesse la maggior parte delle situazioni nell’ordine giusto. E, questa figura di un giudice coraggioso per combattere tutte le ingiustizie di noi «Calimeri», nel collettivo sociale è rimasta. Guai se scomparisse!

Indubbiamente, Calimero, il pulcino piccolo e nero, con un guscio bianco sul capo, è uno dei cartoni più amato. É talmente entrato nel nostro quotidiano, da essere diventato un cult! La nostra coscienza che agisce contro le ingiustizie sociali e private.

Ma la storia di Calimero non parte dalle ingiustizie. Parte dal marketing e da un trauma psicologico subito in seno della sua famiglia.

È entrato nelle case degli italiani grazie alla pubblicità di un detersivo, di cui era protagonista. Era un «Carosello» del lontano 14 luglio 1963: Calimero era un pulcino che veniva disconosciuto dalla mamma perché nero. Così, lavato e profumato, grazie al detersivo della società Mira Lanza, tornava ad essere pulito e di colore giallo. «Pulito» nella prospettiva degli altri, veniva accolto di nuovo. Accolto dalla e nella sua famiglia. Riabilitato.

Carosello era una striscia quotidiana che veniva trasmessa dopo il telegiornale tutti i giorni dalle 20: 50 alle 21:00. Il programma consisteva in una serie di sketch televisivi in cui si poteva pubblicizzare il prodotto, ma si era obbligati anche ad inventare una piccola storiella ad esso legata, per garantire comunque uno spettacolo ai telespettatori. Il programma era seguitissimo e venne trasmesso per quasi vent’anni, dal 1957 al 1977 per un totale di 7261 episodi.

Calimero divenne in seguito l’appuntamento da non mancare in tv quando andavano in onda gli «Scacciapensieri», una serie di cartoni animati di otto minuti.

E, sono proprio i cartoni animati, i fumetti che rendono meno pesante il male profondo di quotidiane ingiustizie. Insopportabili e non giustificabili, se queste poi vengono commesse di proposito da sentenze giuridiche non logiche. Da giudici che si vendono e abusano apertamente del loro potere. Da un sistema scorretto che ti mette in ginocchio.

E poi ci sono quei giudici che fanno della loro professione la loro vocazione di vita. E, come le persone buone, vengono derise e brutalmente eliminate.

Oggi vorrei ricordare il giudice Rosario Livatino con un romanzo illustrato di Salvatore Renna, in cui tematiche attuali quali giustizia, mafia, bullismo e verità si intrecciano intorno al protagonista, il piccolo Rosario, che di tali temi non ne conosce nemmeno il significato.

Che cos’è la giustizia?”

É l’interrogativo che il protagonista del libro, Rosario, pone al padre dopo aver letto le parole riportate sulla stele dedicata al giudice Livatino. Il papà, per soddisfare la sua curiosità, non gli risponde ricorrendo a formule magiche o preconfezionate, ma lo prende per mano e lo conduce gradualmente a scoprire il significato e il valore della giustizia attraverso racconti ricchi di metafore.

Rosario Livatino. Il giudice ragazzino. Chissà se oggi con questa moda internettiana di riesumare un morto al giorno riusciremo davvero a raccontare quel giudice coscienzioso raggiunto dal colpo di grazia mentre frenava lungo una scarpata. Chissà se in questo tempo di antimafia di plastica, di anticorruzione di facciata, oggi troveremo la voglia di provare ad essere seri, di approfondire, di esercitare memoria oltre al semplice commemorarla.

Rosario Livatino viene ucciso dalla mafia agrigentina il 21 settembre del 1990 mentre si recava in tribunale. Senza scorta. Erano i tempi della lotta alla mafia che non seminava divismo: erano gli anni in cui lottare personalmente contro la mafia era un gesto incomprensibile, perché buttarsi in una battaglia tanto grande e in solitario, si diceva.

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.» scriveva Livatino nei suoi appunti e, al di là, dell’attività giudiziaria forse la caratura di Livatino è tutta qui: il rovesciamento dei pregiudizi da cui non riusciamo a liberarci è il primo passo di ogni rivoluzione culturale. Anche di giustizia. Non solo in Sicilia. Anche nella più neutrale Svizzera. Soprattutto li…

Dopo la sua morte, nel 1993, Giovanni Paolo II, incontrando ad Agrigento i suoi genitori, aveva definito Livatino « un martire della giustizia e indirettamente della fede » . Papa Francesco, che ha molto sostenuto la causa di beatificazione aperta, incontrando nel novembre del 2019 i membri del « Centro Studi Rosario Livatino», lo ha definito «un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni» .

La notizia della beatificazione è arrivata nel paese del giudice. I suoi genitori sono morti, ma c’è ancora una comunità che ricorda quel ragazzo semplice, quel giudice senza macchia. La vocazione per la giustizia di un giudice.

E in contemporanea oggi siamo diventati così bravi ad appuntire i nostri giudizi su tutti gli altri. Oggi ci siamo ammaestrati a sentirci assolti mentre condanniamo il resto. Oggi ci sgoliamo nelle pretese concedendoci di non essere nemmeno informati. E allora mi chiedo, oggi, come ne usciremo noi dai nostri stessi giudizi?

La beatificazione del giudice Rosario Angelo Livatino si terrà domenica 9 maggio 2021 – anniversario della visita di san Giovanni Paolo II nella città dei templi – nella Cattedrale di Agrigento. Lo hanno reso noto l’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro e l’arcivescovo coadiutore, monsignor Alessandro Damiano.

C’è una lezione, nella storia di Livatino di cui dovremmo cercare di farne tesoro: ambire alla coerenza, imparare a praticarla più che pronunciarla o magnificarla. Giocare all’impegno che non si mostra ma ci forma e ci rende nel nostro piccolo più attenti a prevenire le ingiustizie.

Il mio terrore più grande, anche oggi per Livatino, è che mentre lo ricordiamo ci stiamo perdendo i vivi come lui. Perché mentre ci sforziamo di commuoverci non abbiamo l’intelligenza di confessarci che sarebbe desueto oggi, Rosario. Fuori moda. Nascosto. Controcorrente. Un Calimero non accettato.

C’è un vecchio detto che recita «La giustizia è ció che il giudice ha mangiato per colazione». É stato coniato da Jerome Frank, lui stesso giudice, ed è un simbolo potente del «realismo legale».

Questa scuola di pensiero sostiene che la legge, essendo un prodotto umano, è soggetta sempre agli stessi meccanismi, alle imperfezioni e pregiudizi che colpisce.

Dagli stati d’animo soggettivi di un giudice. Dalla pancia piena o vuota…

Quindi, essere un giudice imparziale, corretto e intento alle ingiustizie quotidiane, resta veramente…una vocazione che tocca il divino.

Graziella Putrino

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