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Epidemia, pandemia, tragedia?

. pamphlet… o pura satira?

Care lettrici, cari lettori,

si sta trattando di una epidemia, di una pandemia, o di una tragedia?

Difficile sfumare. Impresa per di più ardua il voler precisare, specie laddove molti commentatori e addetti ai lavori, utilizzano le tre parole come se fossero intercambiabili.

Forse, tra le prime due la cosa è piuttosto semplice: il giorno in cui l’epidemia è diventata pandemia, si è inteso con ciò che l’estensione dell’attuale virus era divenuta mondiale, e che esso riguardava ormai tutti.

Veramente tutti.

Le definizioni della medicina e della scienza, comunque, non bastano a conferire spessore umano a un evento. Qui subentra l’entrata in scena della tragedia. Tra epidemia e pandemia c’è una variazione di evoluzione scientifica. Tra pandemia e tragedia c’è un cambiamento di natura. Di registro. Di morfologia emotiva. Si lascia il laboratorio di ricerca medica per la ribalta teatrale. Una pandemia resta terra terra. Una tragedia costeggia il divino.

Quando il direttore dell’organizzazione mondiale della sanità, dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, garantisce che «i vaccini offrono la soluzione per uscire finalmente da questa tragedia», ci sembra che egli confonda i piani, in ciò che non è soltanto una questione di vocabolario.

La parola “tragedia” potrebbe inquietare, tanto ci appare evidente che ogni tragedia è una situazione con esito fatale. Al contrario, la parola “vaccino” dovrebbe rassicurare, poiché offre una soluzione a portata di mano.

Eppure, sicuramente la cosa più inquietante non è che stiamo vivendo una tragedia, ma che siamo cittadini di un mondo convinto che basti un vaccino a porvi termine. Tipo bacchetta magica. O, magia senza bacchetta…

Solo una visione deformata dai secoli può trasformare la semantica della parola “tragedia” in un semplice sinonimo di “catastrofe”. Il senso di uno scioglimento tragico, pertanto, è di far progredire il bene comune.

La comunità, benché segnata dalle disperate e disparate morti, nella tragedia, ne viene fuori un po’ più giusta, più responsabile, più umana, di quanto non fosse al principio.

Era così nell’Atene di Eschilo. A questo tipo di tragedia pensava la filologa franco-greca, Jacqueline de Romilly, coniando la sintetica nozione di “tragedia della giustizia divina”. Seguiamo questa scia e prendiamo l’Orestiade, la trilogia teatrale che mette in scena il ritorno di Agamennone dalla guerra di Troia. In un certo senso, ecco che ci troviamo di fronte a un folle massacro: Clitennestra uccide il marito per vendicare la figlia Ifigenia, poi Elettra e Oreste vendicano a loro volta il padre ucciso, uccidendo Clitennestra. Una famigliola discretamente disfunzionale… Eppure nell’ultima scena la logica del sangue che deve scorrere e susseguirsi, termina e al posto della vendetta s’instaura la giustizia. Chiamiamolo un lieto fine…

Prendiamo poi, dello stesso Eschilo, il ciclo di Prometeo. Stando ai moderni, Prometeo sarebbe la figura definitiva della rivolta contro gli dèi. Nello snodo della trilogia, tuttavia, Zeus e Prometeo si riconciliano e la giustizia divina perde la sua violenza arcaica. La tragedia, ancora una volta, porta agli uomini qualcosa di buono.

Saltiamo i secoli e diamo un’occhiata alla Tragedia di Amleto di Shakspeare, che il XIXmo secolo ci ha abituati al riduttivo appellativo di “Amleto”, incentrandone la lettura sul destino del personaggio principale. In nome di un romanticismo centrato sul "to be or not to be" (essere o non essere) dell’eroe, del personaggio ridotto alla domanda in senso stretto, le rappresentazioni del XIXmo secolo tagliavano gli ultimi cinquanta versi perché le ultime parole fossero quelle di Amleto morente. Invece è il corteo funebre che segue ciò che riunifica la comunità! Sul corpo di Amleto la città esce dal disordine e la corona del Regno ritrova legittimità.

Non parliamo poi di Romeo e Giulietta che, lungi dall’essere un’esaltazione di amori adolescenti, si chiude su una città di Verona finalmente liberata dalle sue contese interpersonali e sociali.

E in Racine? Dopo le morti di sua moglie Fedra e di suo figlio Ippolito, il re Teseo adotta nell’ultimo verso la figlia dei suoi peggiori nemici politici, ponendo fine alle antiche lotte di successione.

Anche Bérénice, di Edgar Poe, considerata da alcuni una delle rare tragedie pure, termina su una buona notizia per il mondo. Rimandando quella che amava per sottomettersi a leggi superiori, Tito diventa un monarca degno di questo nome e non un tiranno capriccioso che seguirebbe le sue voglie. Una buona notizia per tutti.

Il politico e drammaturgo Jean Giraudoux riassume bene la ricchezza comunitaria della tragedia con le ultime parole famose della sua Elettra:

«La donna Narsès: Sì, spiega! Non capisco mai molto rapidamente. Sento che sta accadendo qualcosa, ma fatico a collegare. Come si dice, quando il giorno si leva, come oggi, e tutto è rovinato, tutto è stato saccheggiato, eppure si respira l’aria… quando si è perduto tutto e la città brucia, gli innocenti si uccidono a vicenda ma i colpevoli agonizzano, in un angolo del giorno che si leva?

Elettra: Chiedi al mendicante, egli lo sa.

Il mendicante: Questo ha un nome molto bello, donna Narsès. Si chiama “aurora”. »

L’aurora. Non il tramonto. Un nuovo inizio. Non il rimpianto del sole morente. L’abbaglio. Il raggio di sole. La luce.

Non è quindi eccessivo dire che le storie tragiche finiscono bene?

Il vantaggio di una tragedia su un’epidemia è che i morti non muoiono senza ragione, purché gli eventi finiscano con l’avere un senso. Purché lo snodamento dell’accaduto, lo scioglimento finale non lasci la comunità al medesimo punto di partenza. Purché questo non consista in una mera conta dei morti, ma nel rendere loro omaggio, nell’integrarne la memoria in una narrazione di storia vissuta e nel tentativo di trarre una lezione dagli eventi.

Tutto questo un vaccino non potrà offrirlo mai!

Un vaccino può essere efficace per uscire da una pandemia. Non bisogna contare su di esso per ottenere uno scioglimento che sia anche solo minimamente fecondo. Ecco perché sarebbe mille volte meglio vivere senza vaccino in un mondo tragico che trascorrere la vita, vaccinati, in un mondo insignificante o assurdo. E, comico per l’andazzo delle cose…

«Ogni uomo che gioisce di un racconto confessa di non aver perduto fede nella Provvidenza», scrive il teologo, filosofo e attore Olivier Py in uno dei suoi aforismi più citati.

Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino e ogni bambina che può vivere una crisi come una tragedia, invoca, allo stesso modo, uno scioglimento che non è né un finale nero, né un ritorno alla casella di partenza.

A che serve vaccinarsi, se dobbiamo continuare a errare o a divertirci- parole che sono cugine etimologiche- su una strada che non va da nessuna parte?

Speriamo allora che questa epidemia da pandemia diventi una tragedia!

Graziella Putrino

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