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Immigrazione italiana 1970-1990

1. Gli italiani e la religione

Negli anni 1970-1990 i cambiamenti intervenuti nella collettività italiana residente in Svizzera sono stati talmente incisivi che talvolta si stenta a vedere una continuità tra il periodo del secondo dopoguerra fino ai primi anni Settanta e quello dei decenni successivi. I cambiamenti hanno riguardato non solo aspetti socio-demografici (prevalenza di immigrati adulti nel primo periodo e della seconda generazione nel secondo periodo, aumento delle naturalizzazioni, ecc.), ma pure altre caratteristiche (conoscenze linguistiche, scolarizzazione, formazione professionale, integrazione, partecipazione, ecc.). Anche la religione ha subito (e continua a subire) una trasformazione importante e significativa che ha contribuito a trasformare sia la collettività italiana e sia l’intera società nazionale.

La religione sotto costante osservazione

Per inquadrare l’incidenza della religione degli immigrati italiani nel complesso panorama religioso e politico della Svizzera è opportuno ricordare anzitutto che la moderna Confederazione del 1848 è nata proprio da una guerra di religione (1847), provocata dal Sonderbund, un’alleanza dei Cantoni cattolici contro il rischio di un’egemonia dei Cantoni protestanti. Da allora la pace religiosa è riuscita a mantenersi grazie a una Costituzione federale liberale e rispettosa della scelta religiosa di ciascun Cantone. Da allora l’evoluzione religiosa è sempre stata sotto osservazione in tutti i censimenti della popolazione.

Giova anche ricordare che dagli anni Sessanta, la massiccia immigrazione degli italiani che si dichiaravano cattolici quasi all’unanimità, ha rischiato, soprattutto negli anni Settanta, di essere travolta dai movimenti xenofobi e dalle iniziative antistranieri. Quanto abbiano inciso considerazioni di tipo religioso sulle politiche immigratorie e sulle reazioni del popolo svizzero nei confronti degli stranieri è impossibile determinarlo con certezza, ma hanno avuto sicuramente un peso importante soprattutto nei grandi Cantoni a maggioranza protestante, per esempio Zurigo e Berna, dove la crescita demografica dei cattolici era considerevole.

Dall’evoluzione delle due grandi confessioni cristiane in questi due Cantoni si può già intuire il peso che l’immigrazione ha avuto nell’avanzata dei cattolici a livello nazionale. Al primo censimento del 1850 il divario tra protestanti e cattolici era enorme: nel Cantone di Zurigo il rapporto era di 97,3% a 2,7%; nel Cantone di Berna (che comprendeva anche una parte cattolica nel Giura) di 88.2% a 11,8%.

A livello nazionale, tra il 1970 e il 1980 i cattolici divennero maggioritari e nel 1990 raggiunsero la percentuale del 46,1% della popolazione residente (grazie soprattutto agli stranieri che si dichiaravano cattolici al 59,2%), mentre i protestanti si attestavano attorno al 40% (anche se restavano maggioritari con circa il 48% tra gli svizzeri). La pace religiosa era comunque garantita.

In aumento la «non appartenenza»

L’evoluzione dei cattolici e dei protestanti non avvenne tuttavia ovunque in maniera uniforme e nemmeno sempre col segno positivo per tutte le nazionalità. Gli uni e gli altri, infatti, dal 1970 registrarono una costante diminuzione, particolarmente vistosa tra gli stranieri in seguito alla crescente immigrazione da Paesi di religioni non cristiane. Se nel 1970 gli stranieri si dichiaravano cattolici al 78,4%, nel 1980 avevano già perso otto punti percentuali e nel 1990 erano meno del 60%.

A rallentare la crescita proporzionale dei cattolici non furono solo i nuovi immigrati di altre religioni, ma anche il crescente numero di vecchi immigrati, compresi molti italiani, che dichiaravano di non appartenere ad alcuna confessione religiosa. Nel 1990, la non appartenenza degli stranieri (10,4%) era superiore a quella degli svizzeri (6,7%).

A diminuire, più tra i protestanti che tra i cattolici, era soprattutto la pratica religiosa. Difficile individuarne le cause, ma certamente una delle principali è stata l’estendersi della secolarizzazione nelle nostre società (una specie di espulsione del sacro dalle attività umane), che ha trovato un terreno fertile soprattutto nelle giovani generazioni, molto meno in quelle più adulte.

Gli italiani di prima generazione, soprattutto a causa della loro minore integrazione nel contesto svizzero dovuta alle ben note difficoltà linguistiche, sono rimasti più a lungo della seconda generazione fedeli alla pratica religiosa, anche perché trovavano nelle numerose Missioni cattoliche italiane non solo un centro di spiritualità ma anche un centro di aggregazione sociale e di servizi particolarmente utili (asilo, scuola, assistenza, ristorante, ecc.). Non per nulla i fedeli più costanti nella pratica religiosa e nella partecipazione alle celebrazioni ecclesiali sono oggi le persone che bonariamente si chiamano terza e quarta età.

Le conseguenze

In Svizzera, all’inizio degli anni Novanta, le conseguenze di tale tendenza non erano ancora rilevanti, ma si poteva facilmente intuire che col tempo avrebbero potuto risultare importanti, anche per gli italiani. Basti solo pensare alla drastica riduzione delle Missioni cattoliche italiane, alla chiusura di asili e scuole cattoliche, all’abbandono da parte di molti delle Missioni come centri di socialità per i cattolici.

Nel campo italiano, addebitare alle Missioni di non aver saputo prevenire tali conseguenze significherebbe attribuire alle Missioni una responsabilità che non hanno. Esse svolgevano un servizio ecclesiale e sociale altamente meritorio. Eppure è difficile non vedere che negli anni Settanta e Ottanta le Missioni avrebbero potuto fare di più per stimolare la partecipazione degli stranieri negli organismi ecclesiali locali e questi a valorizzare maggiormente la diversità linguistica, culturale e sociale della componente straniera delle parrocchie.

Purtroppo nelle discussioni di allora si tendeva a distinguere la sfera privata da quella pubblica e a relegare la religione nella prima. Nessuno o pochi intuivano, per esempio, che molte chiese, ridotte quasi all’abbandono per mancanza non solo di preti ma anche di fedeli praticanti, sarebbero state messe in vendita per destinarle ad altre funzioni. E quanti missionari cattolici e persone legate al loro ambiente s’interrogavano sul futuro non solo delle scuole cattoliche ma anche delle stesse Missioni cattoliche italiane? E’ possibile che non avvertissero che la «provvisorietà» legata ai «lavoratori ospiti» (Gastarbeiter) stava finendo e con essa rischiava di finire anche la loro funzione originaria?

Molte delle conseguenze di cui oggi si sta occupando la gerarchia cattolica svizzera e altri interessati alla problematica della religione nella nostra società sono il risultato delle tendenze avviate nel periodo in esame (1970-1990).

Sarà difficile invertire la tendenza nonostante i tentativi di cambiare nome alle Missioni chiamandole «Comunità linguistiche» o cercando una nuova «pastorale migratoria». Il rischio è infatti di pretendere, agendo sulle forme (i nomi, le lingue, l’organizzazione, il grado di autonomia), di intervenire sulla sostanza (la fede, il Vangelo, Gesù Cristo). Difficile non vuol dire però impossibile e in questo caso l’ottimismo è giustificato. Di fronte a difficoltà anche maggiori la Chiesa ha sempre trovate le giuste soluzioni. Del resto, in questa situazione si registrano anche segnali positivi.

Auspicabile un’ampia riflessione

Sotto questo aspetto non è irrilevante, per esempio, il desidero crescente di un ritorno allo spirito della Chiesa delle origini, in cui la comunità cristiana si nutriva non solo della Parola di Dio (Vangelo) e dei sacramenti, ma anche di rispetto, giustizia, fraternità, solidarietà coi più deboli, preghiera.

In questo contesto, è significativo che la settimana scorsa sia stato premiato come miglior documentario 2021 «Il nuovo Vangelo» (Das neue Evangelium) del regista svizzero Milo Rau, ambientato nella città di Matera (Basilicata) tra i migranti costretti a lottare per i loro diritti nei campi di raccolta dei pomodori. Alcuni critici hanno visto in quest’opera una sorta di manifesto di solidarietà verso i più poveri e un appello per creare insieme un mondo più giusto e più umano come risposta del regista a due domande fondamentali: Cosa avrebbe predicato Gesù nel 21° secolo? Chi sarebbero i suoi apostoli?.

In una prospettiva di ragionevole ottimismo, per avviarsi su questa strada di radicale cambiamento è auspicabile che la riflessione chiesta recentemente dai vescovi svizzeri sugli aspetti religiosi dell’immigrazione fosse estesa a una cerchia di interessati ampia e non necessariamente legata solo alle istituzioni ecclesiali classiche ma anche alla socialità, al mondo del lavoro, alla formazione, alla cultura.

Giovanni Longu

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