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La salute è un bene pubblico

Lo stato tutela la salute di ogni individuo.

Ad un anno di distanza dall’ufficializzazione della diffusione pandemica del Covid in Europa e nel mondo riviviamo ed assistiamo a condizioni di vita evocate e narrate in altre epoche, al cui cospetto si materializzano ansie, paure, decorsi ospedalieri e il proliferare di decessi di persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali.

Alcuni servizi fotografici o illustrazioni mostrano gli strumenti prodotti in varie epoche per contrastare la pandemia: tra questi le mascherine. La differenza esistente tra i tessuti e le forme delle mascherine, utilizzate a distanza di 80 anni dai tempi della spagnola a quelle prodotte con materiali diversi in circolazione oggi non è solo nei tessuti, nei colori e nelle forme, ma si nota anche nel design. In ogni modo, in tutte le epoche nella lotta alla pandemia il senso di paura e lo scoramento si sono ripiegati affidandosi alla speranza, per i forti di spirito, alla scienza e alla ricerca, per i prosaici.

Eppure pestilenze e diffusione di malattie infettive sono dilagate ed hanno mietuto vite umane in tempi di pace e di guerra; i disagi, gli effetti e l’anelito della sicurezza individuale e collettiva li abbiamo appresi leggendo il Manzoni, Camus o visionando documentari. Conoscendo il fenomeno non dovremmo sentirci impreparati di fronte a questa calamità naturale. Oggi che la scienza, la ricerca e soprattutto la medicina hanno fatto passi da gigante, tanto che la commercializzazione del vaccino su vasta scala si è realizzata nell’arco di un anno e sono già state avviate le campagne di vaccinazione, – a differenza dei negazionisti- mantenendo le precauzioni necessarie non dovremmo temere né aver paura e nell’attesa del nostro turno per vaccinarci, ricordarci che assumendo comportamenti preventivi gli antidoti più efficaci continuano ad essere quelli più semplici e naturali: l’isolamento, la quarantena, l’igiene, in particolare il rispetto degli altri.

Da qui le misure governative che hanno imposto norme anche drastiche quali: il distanziamento sociale, il coprifuoco, la chiusura condizionata dei locali pubblici salvo quelli che offrono servizi indifferibili. Questi provvedimenti hanno aperto le porte alla vita artificiosa favorendo l’uso indistinto degli strumenti tecnologici, degli acquisti via internet, del lavoro agile e dell’insegnamento a distanza, con la proliferazione di incontri virtuali attraverso videoconferenze e l’uso continuo dei social. Insomma il mondo si è ridimensionato riducendo la mobilità, le distanze e spesso annullando i rapporti umani, abitudinari che attengono alla sfera più ampia della e delle libertà. Sarà difficile farne a meno.

In ogni epoca, sempre e ovunque, in risposta alle restrizioni sociali causate dalla diffusione epidemiologica si è ricorso in maniera razionale al contenimento dei contagi sperimentando i vaccini contro i morbi o i virus per debellarne il propagarsi senza attendere l’immunità di gregge. Sappiamo che il flagello epidemico non è né una maledizione, né la sorte di un destino avverso ma la conseguenza della diffusione di virus, che affliggono i corpi sprovvisti di anticorpi immunizzatori, perciò per proteggersi e avversarli occorre attrezzare il corpo con barriere protettive, che solo la medicina può darci.

Da un anno le aspettative poste nella ricerca, la corsa ai tempi per la realizzazione di antidoti da inoculare sono altissime e in questa ansiosa attesa si nota che, la speranza per proteggerci dal virus ha lasciato il passo alla speculazione farmaceutica, alla distribuzione contingentata del vaccino nei paesi ricchi dimenticando le comunità meno fortunate. Anche se con i ritardi conclamati auspichiamo che, ovunque, la ricerca possa raggiungere livelli di sicurezza affidabili e che i laboratori farmaceutici possano produrre al più presto vaccini sufficienti e più sofisticati per soddisfare le richieste e i bisogni di chi desidera vaccinarsi. Solo così si creeranno le condizioni per aumentare la produzione e calmierare i prezzi dei medicinali, riportando non solo equilibrio e sicurezza nel mondo sanitario, ma soprattutto per ricordare alle multinazionali farmaceutiche che il fine della produzione di medicine è legato strettamente all’aspetto curativo e umano e non quello di sostenere la salute solo di chi ha le possibilità finanziarie per acquistarle.

La salute è un bene pubblico così come è previsto nell’ articolo 32 della costituzione italiana, che fa scuola e civismo, recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. La salute di ogni cittadino è e resta un bene pubblico e spetta a ogni paese garantirne l’accessibilità.

Se in Italia l’attenzione dello Stato a protezione dei cittadini è codificata nella costituzione questo diritto non è garantito ovunque e perciò è necessario ragionare sulle tutele sanitarie, sulla protezione e sulla prevenzione nella società moderna, disarticolata e organizzata in forme diverse nonostante il ruolo affidato all’organizzazione mondiale della sanità. La pandemia nella sua devastante forza funesta ha fatto emergere in maniera cristallina le differenze tra civilizzazioni, tra aree geografiche ricche e povere, tra categorie sociali più agiate e quelle meno abbienti, tra economie più avanzate e sistemi economici autarchici o statalisti, relegando l’organizzazione mondiale della sanità in una condizione di impotenza il cui compito si è visto ridotto al computo dei decessi, del numero dei contagi e alle conferenze stampa.

Michele Schiavone

 

 

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