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San Valentino uguale amore?

Care lettrici, cari lettori,

Come è attuale! Domenica sarà San Valentino. E, molti siamo alla ricerca di qualcosa. Di un regalo appropriato. Di rivedere una persona in particolare. Di manifestare il nostro affetto. Di ricevere e dare un giorno speciale all’amore.

L’Amore…

L’amore al tempo del colera di Gabriel Garcia Marquez è stato un tempo in dissolvenza, travagliato. Diventa amore la testimonianza di un vissuto eroico come in Camus narrando sulla peste: “In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.

Proprio i contatti, i rapporti tra persone creano timore come ben ha raccontato molto prima Boccaccio: “… fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare”.

Frasi, emozioni, descrizioni che non hanno perso nessuna attualità.

Un tempo la peste. Un tempo la lebbra. Un tempo il colera. Siamo ad un nuovo tempo. Quello del virus a forma di corona. E delle sue recenti variazioni. Nessuno può esserne immune.

Ma è di Marquez che voglio parlare. Cosa è stato Gabriel García Marquez per una generazione che più volte, negli anni Settanta, ha letto e riletto “Cent’anni di solitudine”? E poi l’amore negli anni del colera e poi la tristezza delle puttane… Il romanzo più malinconico resta indubbiamente quello sull’amore al tempo del colera. Mi ricorda un pensiero di Lucrezio: “Una tal causa di contagio un tale mortifero bollor già le campagne ne’ cecropi confin rese funeste, fe’ diserte le vie, di cittadini popolò la città”.

Così come disse Gogol riprendendo una frase di Tucidide. Mentre Gogol osserva: “Più contagiosa che la peste è la paura che si diffonde in un batter d’occhio”. Tucidide replica: “Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”.

Variazioni in tema, spazio e tempo. Solo variazioni. Considero Marquez un riferimento storico-sociale insieme a Camus.

Marquez, ammetto, è stato lo scrittore che non ho tanto amato negli anni della mia inquieta e rivoluzionaria stagione universitaria. Poi ho riletto quelle pagine in cui la solitudine era un precipitato dell’esistenza e ho ritrovato la dispersione di un tempo tra amore e disamore e il tremore di un popolo, oltre il fascino di quelle donne che si portano sulla pelle e negli occhi la rabbia, la passione e il mare. Ci sono libri intoccabili e segnati dalla vita.

Possono anche esserci cent’anni di solitudine e non si supera perché la solitudine resta senza la conta degli anni. Lo scenario è quello che poi ho tanto amato in Jorge Amado con il personaggio di Gabriella anzi Gabriela, con i profumi di cannella o il mare morto con la morte di un amore.

Marquez ha segnato anche un “genere” al di là del Nobel che ormai si nega a pochi.

Proprio in “Cent’anni di solitudine” la scrittura diventa devastazione della sintassi. Ma questo è un bene. È stato un bene in una letteratura interpretata falsamente sperimentale, rivelatasi marcatamente marxista e accademica. Rompe le strutture e il romanzo assume il viaggio di un respiro. Può piacere o meno. La sua scrittura non conosce i limiti ischemici degli “ismi”. Ma tanto si muore ugualmente. Si è ironici e tristi. La vita si misura osservando gli occhi delle puttane tristi come in uno delle sue ultime pagine del romanzare l’inquieto del vivere. Era nato nel 1927. È morto nel 2014.

Tutto questo cosa ha a che fare con San Valentino?

Tutto è contestualizzabile. La letteratura è il racconto di un passaggio e una tregua del tempo. Dimentichiamo in fretta. Anzi: non ci degniamo di conoscere il passato. Siamo focalizzati su… un tipo di disperazione di massa. Di impotenza. Di ignoranza perenne. Di orgoglio basato sulla paura di amare…

L’Amore… gli impedimenti… le pandemie… San Valentino…

Ci tengo a ricordare che anche Boccaccio parlando della peste racconta: “lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura…”.

GabrielCamus comprende tutto ciò: “Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma che, per tutti, era egualmente impossibile”.

San Valentino, le pandemie e l’amore. In realtà il merito moderno di aver consacrato San Valentino come santo patrono dell’amore è da ascrivere a Geoffrey Chaucer, l’autore dei“ Racconti di Canterbury“ che alla fine del 300 scrisse – in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia – The Parliament of Fowls, (Il Parlamento degli Uccelli) un poema in 700 versi che associa Cupido a San Valentino. Rappresentare il tramite ultraterreno della dimensione dell’Amore cortese.

Per questo San Valentino abbiamo tutti bisogno di un tramite della dimensione dell’Amore che ci porti la serenità interiore…e la forza di affrontare avversità che razionalmente non accettiamo… e facciamo „finta“che accadano per la prima volta… e solo a noi.

Graziella Putrino

 

 

 

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