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… neve

Care lettrici e cari lettori,

E se noi non possiamo andare sulla neve, ecco che fioccheggia ininterrottamente di bianco sulle nostre città. Ha nevicato talmente tanto che in questa bellissima cornice bianca, ci sentiamo quasi protetti da altre impurità. Ci sentiamo ovattati. E ne abbiamo veramente tanto bisogno. La neve, come è noto, si compone di un numero infinito di cristalli, ognuno diverso dall’altro: è bella, fragile e pronta a svanire quando la si tiene nella mano, potente e pericolosa quando si accumula nei declivi e tra le alte cime. Nulla come il mutare della neve e dei ghiacciai rende il senso della bellezza che fugge via, della velocità del tempo che passa.

Parlando di neve non si può non citare NEVE di Maxence Fermine. Non so se l’avete letto.. Io l’ho trovato meraviglioso, poesia pura. Pubblicato nel 1999, parla di un ragazzo giapponese che compone „haiku". Questo ragazzo si chiama Yuko. Giusto per rendere l’idea vi scrivo i primi passi:

Yuko Akita aveva due passioni. L’haiku. E la neve."

L’haiku è un genere letterario giapponese. E’ una breve poesia di tre versi e diciassette sillabe. Non una di più.

La neve è una Poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggere. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo. Da una mano invisible, anche se cerchiamo sempre di razionalizzare tutto e ci abbandoniamo poco e niente alle emozioni, all'irrazionale.

La neve ha ispirato molti artisti, senza tralasciare il rapporto tra la neve come filo conduttore nella letteratura mondiale.

Vorrei ricordare la nevicata attesa da tre giorni a Parigi nelle pagine finali del capitolo XII di “L’ASSOMOIR ” di Zola. Il viaggio in treno da Parigi a Le Havre sempre di Zola nel capitolo VII de “La bestia umana” e non possono mancare le strazianti pagine iniziali del libro terzo di “L’uomo che ride ” di Victor Hugo… per finire e salutarci oggi con l’intrammontabile poesia di Carducci:

NEVICATA

Di Giosuè Carducci (1835-1907)

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,

suoni di vita piú non salgon da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,

non d’amor la canzon ilare e di gioventú.

Da la torre di piazza roche per l’aere le ore

gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dí.

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici

spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –

giú al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

(Da «Odi barbare», Zanichelli, Bologna 1910)

Graziella Putrino

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