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Svizzera 2021: “ottimismo convinto”

La Svizzera non è un’isola felice in mezzo a mari agitati, perché è immersa nell’Europa e nel mondo. Per quanto cerchi di proteggersi dalle grandi tempeste continentali e mondiali, non può evitarle completamente. Non mi riferisco solo alla pandemia del Covid-19, che non l’ha risparmiata affatto, ma in generale alle grandi crisi politiche, economiche, sociali che potrebbero mettere in serie difficoltà la sua indipendenza e la prosperità dei suoi abitanti. Però, come ha saputo evitare le due guerre mondiali, così è riuscita a superare la grande depressione della fine degli anni Venti e tutte le altre grandi crisi economiche e finanziarie successive. Anche oggi, pur non avendo alcuna garanzia per il futuro, la Svizzera sa di poterlo affrontare serenamente perché crede nelle sue potenzialità, nella solidità delle sue istituzioni e nell’efficienza del suo sistema formativo e innovativo.

Numerose risorse

Quando nel 1965 il pensatore e scrittore svizzero Denis de Rougemont (1906-1985) pubblicò il suo libro: «La Suisse ou l’Histoire d’un peuple heureux» (tradotto anni dopo in italiano: «La Svizzera. Storia di un popolo felice») un attento lettore (Moreno Bernasconi) fece notare che «heureux» significa anche «fortunato». In effetti, che nella storia svizzera ci siano anche un pizzico di fortuna e persino scelte sbagliate, miopi e dettate da una sorta di egoismo nazionale è ormai appurato, ma è innegabile che da secoli ormai il successo della Svizzera dipenda soprattutto da scelte coraggiose e lungimiranti dei suoi governanti.

In una visione della Confederazione quasi profetica perché ritenuta responsabile di fronte al creato «in nomee a Dio Onnipotente» (cfr. Preambolo della costituzione), ai governanti svizzeri è chiesto in primo luogo non solo di tutelare «la libertà e i diritti del Popolo» e di salvaguardare «l’indipendenza e la sicurezza del Paese», ma anche di promuovere «in modo sostenibile la comune prosperità, la coesione interna e la pluralità culturale del Paese» (art. 2 della Costituzione federale).

A questa tradizione d’impegno e di ottimismo si è ispirato quest’anno anche il neopresidente della Confederazione Guy Parmelin nella sua allocuzione all’inizio del suo anno presidenziale. Benché consapevole del momento drammatico che sta vivendo anche la Svizzera, egli non ha rinunciato al tradizionale «ottimismo convinto» suo e del Consiglio federale di fronte alle sfide a breve e medio termine, sapendo di poter contare su «numerose risorse», che hanno garantito finora alla Svizzera una trentina di premi Nobel, innumerevoli invenzioni e brevetti e un prestigio internazionale di prim’ordine. E’ dunque possibile «ripartire su solide basi».

L’istruzione e la formazione

Delle risorse svizzere evocate dal neopresidente della Confederazione mi piace sottolinearne due in particolare perché considerate dallo stesso presidente fondamentali: l’istruzione e la formazione. «Vettori di sapere e conoscenza, l’istruzione e la formazione sono alla base dell’innovazione, del progresso e della nostra invidiabile posizione in questi settori tra le economie più avanzate del mondo».

Il presidente Parmelin tiene tuttavia a precisare anche che i concetti d’istruzione e formazione superano abbondantemente i limiti del tecnologico e dell’economico perché «l’istruzione e la formazione portano in dote anche cultura e apertura e divengono strumenti al servizio del dialogo e dell’ascolto. In un’epoca incline a rapporti di forza sempre più conflittuali, garantiscono l’accesso al compromesso appianando la strada alla risoluzione pacifica dei conflitti. In sostanza, l’istruzione e la formazione sono le chiavi della nostra indispensabile coesione».

Le conseguenze dirette e indirette diventano a questo punto chiare per tutti. Infatti, continua Parmelin, «Unita, la Svizzera è più forte. Anche per difendere i propri interessi, con coraggio e con vigore, se necessario. Perché, così facendo, difende gli interessi di ognuno di noi: le nostre libertà, la nostra indipendenza, la pace e l’armonia in cui viviamo da così tanto tempo».

Sottolineando l’importanza dell’istruzione e della formazione l’allocuzione del presidente Parmelin s’iscrive nell’ormai lunga tradizione dei discorsi dei neopresidenti della Confederazione e contribuisce a rafforzare la convinzione dei più attenti osservatori che il successo mondiale della Svizzera deriva soprattutto dallo sviluppo costante del suo sistema di formazione culturale e professionale.

Formazione e cultura negli immigrati italiani

Il discorso del presidente Parmelin mi ha fatto venire in mente che il sistema d’istruzione e di formazione era assai sviluppato anche negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ma tendeva ad escludere, non certo per esplicita volontà politica, una parte consistente della popolazione residente, gli immigrati stranieri e soprattutto italiani che ne rappresentavano la stragrande maggioranza.

Eppure, benché si tenda sovente a dimenticarlo, non c’è dubbio che una parte consistente del benessere e della prosperità del popolo svizzero a cui fanno riferimento tutte le allocuzioni dei neopresidenti della Confederazione è dovuta al contributo di milioni di stranieri, specialmente italiani. Essi vi hanno partecipato non solo col lavoro materiale, ma anche con la diffusione della lingua e della cultura italiane in tutta la Svizzera, con la loro sensibilità, con il loro stile di vita, con la loro capacità di mediare culture diverse, producendo un rafforzamento e arricchimento continuo dell’italianità.

Va dato merito alle autorità italiane degli anni Sessanta di aver concluso con la Svizzera nel 1964 un Accordo sull’emigrazione che apportava miglioramenti della condizione migratoria nell’immediato e nel futuro a beneficio specialmente della seconda generazione, dei ricongiungimenti familiari e della stabilità professionale e sociale. Ma va segnalato anche il notevole contributo dell’associazionismo italiano più impegnato socialmente e culturalmente all’individuazione dei problemi e della loro soluzione.

Per esempio, fin dagli anni Sessanta e Settanta alcune associazioni sostenevano che per garantire il successo della nuova politica d’integrazione del Consiglio federale, sostenuta anche dal Governo italiano, bisognasse favorire l’inserimento scolastico dei figli degli immigrati nella scuola locale, eliminare gli ostacoli al passaggio dal livello primario al livello secondario della scuola dell’obbligo e stimolare l’accesso alle scuole superiori.

Nello stesso periodo si cominciò anche a ritenere che solo un lavoro qualificato avrebbe contribuito efficacemente all’integrazione professionale e sociale degli immigrati. E va dato merito specialmente al CISAP (Centro Italo-Svizzero Addestramento Professionale), di aver avviato nel 1966 un sistema di formazione e perfezionamento professionale per giovani e adulti di grande valore formativo e integrativo. Esso riusciva infatti a combinare in una maniera assolutamente nuova ed efficace tutti gli ingredienti per consentire a chi avesse percorso integralmente e positivamente il percorso formativo triennale o quadriennale un facile accesso alla formazione continua, all’integrazione professionale e sociale e alla soddisfazione personale.

Investire nella formazione

La pandemia, oltre alla crisi sanitaria e alla violenza esercitata sui sentimenti di milioni di persone, ha devastato anche una parte consistente dell’economia mondiale. Con la diffusione su larga scala della vaccinazione contro il Covid-19 si spera di impedire al virus di propagarsi e di nuocere, ma non sarà sufficiente a rimettere in moto l’economia e lo sviluppo. Per questo, a livello di Unione Europea (UE), è in programma l’erogazione di ingenti risorse finanziarie affinché i Paesi maggiormente toccati dal virus, tra cui l’Italia, ne facciano ampio e intelligente uso.

So che ogni Paese membro sta elaborando piani d’investimenti mirati soprattutto nei settori più fragili e fondamentali e mi auguro che tutti, ma soprattutto l’Italia, considerino il sistema dell’istruzione, della formazione e della ricerca, uno dei principali meritevoli di attenzione e d’impegno. La Svizzera, che non fa parte dell’UE, lo fa per conto proprio ed è un buon esempio da imitare perché dimostra abbondantemente che anche un piccolo Paese, senza grandi risorse naturali, può crescere e raggiungere posizioni di punta per competitività, innovazione, prosperità e benessere condiviso.

Giovanni Longu

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