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Immigrazione italiana 1970-1990 – Scuola contrastata

Nella prima metà degli anni Settanta, quando la scuola svizzera si apprestava a ricevere l’invasione dei bambini figli degli immigrati italiani, era impreparata ad accoglierli. Per chi non ha vissuto quegli anni riesce difficile capire perché per molti bambini e per molte famiglie quell’esperienza fu drammatica. Persino le soddisfazioni, che pure si accumulavano man mano che i problemi venivano superati, ad alcuni possono risultare incomprensibili perché oggi frequentare la scuola svizzera dell’obbligo e proseguire tranquillamente la formazione è la condizione «normale» di tutti i bambini. Non è stato sempre così, soprattutto per i figli degli immigrati italiani. Può essere quindi utile, soprattutto per i più giovani, rievocare quell’epoca che appare, per fortuna, ormai lontana.

Perché la scuola svizzera?

A nessuno, oggi, verrebbe da chiedersi se è preferibile inviare i propri figli alla scuola svizzera perché manca l’alternativa, non ci sono più le scuole private italiane e quelle esistenti, pubbliche o convenzionate, hanno tutte programmi corrispondenti alle esigenze per proseguire normalmente la formazione. Allora la situazione era diversa, il mondo della migrazione era diverso. Oggi gli immigrati comunitari vivono in regime di libera circolazione delle persone (Accordi Bilaterali I tra la Svizzera e l’Unione europea del 1999), allora sopravviveva, anche se stava cambiando, il regime della rotazione dei lavoratori stranieri. Una parte consistente della manodopera proveniente dall’Italia (stagionale e annuale) era precaria, dipendente dal rinnovo dei contratti e dei permessi e dalla volontà insindacabile delle autorità svizzere.

In quella situazione di grande incertezza, quanti genitori italiani erano in condizione di scegliere serenamente il tipo di scuola più adatto per i loro figli? Avevano sufficienti informazioni sulla scuola svizzera? Quanti immigrati italiani con figli in età scolastica o prescolastica sarebbero partiti veramente nel giro di un paio d’anni (come pretendevano le autorità scolastiche svizzere) e quanti sarebbero rimasti a tempo indeterminato in questo Paese? Molte erano le incertezze sul futuro sia di chi pensava di rientrare e sia di chi aveva deciso di restare. E quali genitori, incerti sulla loro permanenza, potevano accettare con spirito sereno di mandare i loro figli nella scuola svizzera (di cui si sapeva soprattutto che era molto «diversa» da quella italiana) o di trattenerli nella scuola italiana rischiando di compromettere il loro futuro?

D’altra parte, era facile costatare che il numero dei sostenitori della scuola privata si assottigliava ogni giorno di più, mentre cresceva quello di chi vedeva nella scuola svizzera la migliore garanzia per il futuro dei bambini. Come contraddire coloro che vedevano nella scuola locale la preparazione linguistica e culturale indispensabile per una eventuale prosecuzione degli studi o l’apprendimento di una professione moderna e riconosciuta? Per capire la gravità della problematica non deve sfuggire che agli inizi degli anni Settanta gli italiani in età da zero a quattordici anni erano oltre 150.000!

Di fronte ai tanti interrogativi, vissuti talvolta in maniera drammatica, molti genitori cercarono aiuto nei consolati, nelle associazioni, nei dibattiti pubblici che venivano spesso organizzati soprattutto nell’ambito dell’associazionismo. A decidere erano comunque soli e si può essere certi che, specialmente nella prima metà degli anni Settanta, molti genitori non erano nelle condizioni migliori per fare la scelta giusta. Coloro che decisero di tornare erano preoccupati che i loro figli non riuscissero a inserirsi senza traumi nella scuola italiana. Quelli che decisero di restare si resero presto conto che la scuola svizzera era molto esigente e presupponeva un forte sostegno familiare. Sarebbero stati capaci di garantirlo?

Comitati dei genitori e sostegno scolastico

Dopo lo smarrimento iniziale, quasi tutti i genitori dei bambini italiani inseriti in una scuola svizzera trovarono la forza, la capacità e la costanza di organizzarsi tra loro in «Comitati dei genitori» efficienti e autorevoli nell’interlocuzione soprattutto con le rappresentanze consolari e con le istituzioni scolastiche, dove, a differenza dei genitori svizzeri, non potevano avere rappresentanti diretti. Anche queste, tuttavia, cominciarono a rendersi conto che l’approccio con i genitori stranieri doveva essere aperto e comprensivo.

Chi visse quel periodo ricorda facilmente che per molti genitori l’impatto con la scuola svizzera fu destabilizzante. Fin dai primi incontri che tutte le scuole cercavano di organizzare con i genitori stranieri (italiani) emergeva la loro difficoltà di comunicare per la scarsa conoscenza della lingua locale. A casa, poi, quanti di loro erano in grado di seguire il profitto scolastico dei figli e quanto potevano aiutarli nel fare i compiti? C’erano inoltre molti punti poco chiari che richiedevano chiarimenti, per esempio i criteri (oscuri) della selezione, le conseguenze dell’assegnazione a una «classe speciale», alla scuola «primaria» o alla scuola «secondaria», ecc. Nessuno però dava segno di rassegnazione.

Grazie ai Comitati, ma anche a numerosi genitori svizzeri e alle stesse istituzioni scolastiche, furono prese numerose iniziative per organizzare doposcuola, aiutare i bambini stranieri a fare i compiti, sostenere il loro apprendimento del tedesco (o del francese), stimolare la lettura, ecc.

Per sensibilizzare la collettività italiana sui problemi della scuola, spesso venivano organizzati anche dibattiti pubblici utili per dare a tutti i partecipanti l’opportunità di esporre e discutere situazioni critiche particolari e stimolare la partecipazione dei genitori al mondo della scuola. Purtroppo erano frequenti in questi dibattiti anche le critiche generiche e ideologiche verso l’intero sistema scolastico svizzero accusato di voler perpetuare «le discriminazioni della società nei confronti degli immigrati». Fortunatamente non ostacolavano l’impegno di molti genitori ad aiutare i loro figli ad ottenere il meglio dalla scuola svizzera anche se fortemente selettiva.

Anni difficili ma fruttuosi

L’importanza dei Comitati dei genitori fu enorme non solo nei confronti degli allievi, ma anche della comunità immigrata adulta che fu sensibilizzata come non mai ai problemi della scuola e del futuro professionale dei bambini. Fu notevole anche l’attività di collegamento e di avvicinamento di questi Comitati con i genitori svizzeri e più in generale con le comunità di quartiere, contribuendo al superamento di pregiudizi e favorendo la reciproca conoscenza e l’integrazione.

Osservando retrospettivamente il lavoro svolto negli anni Settanta e Ottanta è innegabile che sia stato lungo e difficile, ma anche positivo, se si considera che la situazione iniziale era molto complessa e le soluzioni soddisfacenti non erano affatto a portata di mano. Quando si presentò il problema dei bambini giunti dall’Italia a seguito dei ricongiungimenti familiari previsti dall’Accordo italo-svizzero del 1964, la scuola svizzera non era preparata ad accoglierli e né l’Italia né la Svizzera sapevano bene come affrontarlo. Oltretutto la competenza in materia scolastica spetta ai Cantoni, non alla Confederazione.

Nell’arco di un ventennio è stato possibile non solo superare molti pregiudizi in entrambe le comunità, ma l’integrazione scolastica di gran parte dei bambini italiani ha potuto essere avviata con successo. Molti genitori italiani, inizialmente restii a separarsi prematuramente dai figli, cominciarono a ricorrere già negli anni Settanta alle istituzioni prescolastiche (asili nido, scuole dell’infanzia), utilissime per l’apprendimento linguistico e l’integrazione sociale. Per facilitare la comunicazione in molti incontri veniva organizzato il servizio di traduzione.

Anche a distanza di anni non è facile stilare un bilancio dei risultati conseguiti in quei decenni. Non lo è perché le situazioni variavano continuamente soprattutto da una regione linguistica all’altra. Per gli italiani era più facile inserirsi in una scuola ticinese che in una scuola romanda o svizzero-tedesca, sebbene anche in Ticino i figli degli immigrati avessero difficoltà di adattamento. I drammi più acuti, tuttavia, erano vissuti nella Svizzera tedesca perché maggiore era la distanza non solo tra i figli dei Gastarbeiter e i bambini svizzeri, ma anche tra gli adulti e non si limitava alla conoscenza linguistica, ma anche alla mentalità, allo stile di vita, ai rapporti familiari e sociali e non da ultimo alla capacità dei genitori di sostenere i figli nelle difficoltà scolastiche.

I risultati dei primi anni possono persino apparire deludenti: relativamente pochi ragazzi passavano (facilmente) dalla scuola elementare alla scuola secondaria con un programma scolastico più esigente, molti erano coloro che venivano assegnati alle «classi speciali», pochissimi gli italiani che accedevano alle scuole secondarie superiori. Osservando un arco di tempo più ampio (come si farà nel prossimo articolo), però, si noterebbe il progressivo miglioramento e ci si renderebbe conto che gli anni Settanta e Ottanta hanno risentito non poco delle turbolenze dei rientri e della forte trasformazione in atto della collettività italiana. (Segue)

Giovanni Longu

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