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Castagne o marroni?

Care lettrici e cari lettori,

Avete già assaggiato le prime castagne calde per strada, mentre il cielo delle scorse giornate di settembre ci ricorda che l’autunno con la sua gamma di colori ha rimpiazzato in modo variopinto la calura dell ‘estate?

Ma, si chiamano castagne, o marroni? Perchè due nomi diversi per lo stesso frutto?

Allora, partiamo dalla distinzione tra castagna e marrone. La castagna è il frutto del castagno selvaggio. Ogni riccio contiene tre frutti. Il marrone, invece, proviene da alberi coltivati e sempre migliorati con successivi innesti, di cui il riccio contiene solamente un solo frutto. Sembra poi che il marrone rispetto alle castagne abbia un sapore più dolce e più profumato.

Castagne o marroni, il loro albero, il castagno, ha una rispettabile storia e i suoi frutti si prestano ad ancora attuali modi di dire.

Pertanto, il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi: la presenza di esemplari millenari è attestata in varie regioni d’Italia, in Francia e in Inghilterra.

Il più noto tra questi patriarchi sorge in Sicilia, sul versante orientale dell’Etna, nel territorio comunale di Sant’Alfio. Alcuni botanici gli attribuiscono la vertiginosa età di 3-4000 anni, il che ne farebbe con ogni probabilità l’essere vivente più vecchio d’Europa. La sua circonferenza è di 22 metri, l’altezza di circa 25, la circonferenza della chioma di oltre 50 metri.

È chiamato il Castagno dei Cento Cavalli, perché la leggenda vuole che, in epoca medievale, una regina vi abbia trovato rifugio da un temporale con i cento cavalieri della sua scorta e le rispettive cavalcature. Un ombrello decisamente ospitale e sovrano di natura.

Se la distinzione tra castagne e marroni ha un suo interesse agricolo, botanico e merceologico, nella lingua quotidiana le due parole sono sostanzialmente sinonimi e indicano del resto lo stesso colore, anche se nessun italiano direbbe mai di un suo simile che ha i capelli marroni o che indossa un paio di scarpe castane.

Per trovare conferma dell’intercambiabilità dei due termini, si pensi a questo aneddoto storico:

Benché santo e dottore della Chiesa, Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo) aveva fantasie abbastanza audaci da assimilarlo, per inventività di simbologie e di etimologie, a un emulo precursore del grande della psicanalisi, cioè di Freud.

A suo giudizio, infatti, le castagne hanno la forma di testicoli e il loro nome deriverebbe dal verbo «castrare». La spiegazione: quando si apre il riccio per estrarne i frutti gemelli, l’operazione che si compie ricorda quella della castrazione. In verità i frutti nel riccio sono tre, non due, ed è lecito domandarsi quale ruolo Isidoro attribuisse a quello centrale. Finora pare non ci sia letteratura che ci fornisca una spiegazione…

Ma l’aspetto più interessante di questa storia è un altro e sta nelle diffusissime espressioni «non rompermi i marroni», «mi sono fatto due marroni così», e simili. Segno evidente che la somiglianza tra castagne e testicoli non è stata notata soltanto dal buon Isidoro, ma segno anche che castagna e marrone sono, per il parlante e per il pensante, o il malpensante, lo stesso identico frutto.

Detto questo, al pensiero dell’etimologia che un seguace contemporaneo di Isidoro di Siviglia potrebbe attribuire all’espressione «prendere in castagna», si potrebbe quasi provare un brivido.

Ma sarebbe un brivido del tutto ingiustificato. In verità anche questa frase idiomatica è una dimostrazione dell’intercambiabilità dei due termini, castagna e marrone.

Il sostantivo marrone, infatti, non significa soltanto castagna, ma anche errore, come è attestato da molti linguisti. «Prendere in marrone» significa perciò «cogliere in fallo». Essendo marrone sinonimo di castagna, la seconda parola è stata sovrapposta alla prima per uno slittamento inconsapevole di significato. Si tratta dunque di un errore, cioè appunto di un marrone.

Più facile e meno avventuroso è risalire all’origine di un altro modo di dire che ha per protagonista questo popolarissimo frutto: «togliere le castagne dal fuoco». Sono origini nobili, queste: si possono infatti reperire in una favola di La Fontaine, intitolata Le singe e le chat («La scimmia e il gatto»).

Una scimmia, Bertrand, e un gatto, Raton, stanno davanti al fuoco e guardano con l’acquolina in bocca una bella manciata di castagne che arrostiscono sulle braci. «Ah – dice Bertrand – se io avessi una zampetta adatta come la tua, non resisterebbero a lungo, quelle castagne!» Raton non se lo fa dire due volte: con la sua zampetta, delicatamente, rovista un po’ nella cenere, ritira «le dita» per non scottarsi, poi dà un’altra zampata. E, in questo modo, a poco a poco, fa cadere dalle braci ben tre castagne, che Bertrand si affretta a croquer, cioè a sgranocchiare. É evidente, non solo a sgranocchiare, ma anche a scroccare (escroquer). Sopraggiunge una domestica. Il furto, l’operazione devono essere interrotti. Di conseguenza, il povero Raton, dopo aver tolto le castagne dal fuoco a beneficio di Bertrand, rimane a bocca asciutta.

Di sicuro, gli saranno girati un po’ i marroni…

A voi, care lettrici e cari lettori, il piacere di deliziarvi con le «comuni» castagne!

Graziella Putrino

 

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