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Vivere in Svizzera da pensionati

Francesca C. di Thun (BE) si dice indignata perché adesso, che si sta avvicinando alla pensione, si sta rendendo conto che vivere in Svizzera da pensionata, come sarebbe stata sua intenzione, è praticamente impossibile con il reddito che si ritroverà ad avere complessivamente tra AVS e Cassa pensione e questo nonostante abbia lavorato tutta la sua vita fin da quando aveva sedici anni: prima in Italia, “sgobbando nei campi con la sua famiglia”, e poi senza interruzione in Svizzera dall’età di ventitre anni. Francesca ci domanda come sia possibile che non arrivi a ricevere neppure 3'000 franchi mensili complessivamente con le due rendite. Questo è quanto, perlomeno, le è stato comunicato dall’Ufficio del personale della sua ditta poiché, a loro dire, l’importo ridotto delle due rendite è la conseguenza che, da un lato, non ha mai guadagnato salari di importo elevato e, dall’altro, avendo iniziato a versare la Cassa pensione solo da 1985 e cioè da quando è entrata in vigore la legge che ha reso obbligatorio il Secondo Pilastro per i lavoratori dipendenti.

Si, in effetti - pur non conoscendo tutti i dati di riferimento di Francesca indispensabili per calcolare, sia pure approssimativamente, l’ammontare delle sue rendite - possiamo ritenere che quanto comunicatole in ditta possa corrispondere alla realtà. D’altra parte, come sanno bene i nostri fedeli lettori, l’importo massimo di una rendita AVS per una persona sola, dallo scorso 1.1.2019, ammonta a 2'370 franchi mensili ed a condizione che si sia stati assicurati in Svizzera dal ventunesimo anno di età sino al momento del pensionamento e si possa, inoltre, far valere un salario medio annuo determinante quantomeno di livello medio alto. D’altra parte basti pensare che il sistema previdenziale elvetico prevede che, quando sarà a regime (ovvero si pensioneranno le persone nate dal 1960 in poi, il primo ed il secondo pilastro potranno garantire insieme solo il 60% del reddito avuto durante l’ultimo periodo dell’attività lavorativa. Quindi, come si può benissimo capire, gli importi erogati dall’AVS-AI non sono assolutamente comparabili con i salari che si ricevono in questo Paese durante l’attività lavorativa. Se a questo si aggiunge che, nel caso della nostra lettrice, ella ha iniziato a versare i contributi all’AVS con due anni di ritardo ed alla Cassa pensione con l’obbligatorietà e quindi solo dal 1985, è facile comprendere come l’importo complessivo delle sue due rendite sia relativamente basso.

In ogni caso ricordiamo alla signora Francesca (come a quanti altri pensionati AVS-AI dovessero trovarsi nella stessa situazione) che, continuando a risiedere in Svizzera, qualora le sue condizioni economiche non le garantissero il minimo vitale previsto dalla normativa elvetica, può richiedere le così dette prestazioni complementari all’AVS-AI che hanno, appunto, lo scopo di garantire il minimo vitale a tutti i residenti nella Confederazione.

A questo proposito ricordiamo anche, sia a Francesca che a tutti i nostri lettori, che nel computo dei redditi e della sostanza posseduta per far valere l’eventuale diritto alle prestazioni complementari (e più in generale a qualsiasi prestazione sociale), gli uffici elvetici competenti terranno conto anche di eventuali redditi o sostanze detenute fuori della Confederazione: in poche parole, per gli italiani, anche dell’eventuale proprietà di un immobile posseduto in Italia, come pure di eventuali capitali ivi depositati che, peraltro, come ormai dovrebbe essere noto a tutti, devono essere dichiarati al fisco svizzero con l’annuale dichiarazione dei redditi. Infine consigliamo a Francesca di verificare la sua posizione contributiva in Italia poiché avendoci lavorato prima di emigrare, qualora potesse farvi valere come minimo 52 settimane nell’assicurazione generale obbligatoria, avrà diritto anche ad una pensione sia pure di importo molto ridotto da parte dell’INPS.

Dino Nardi

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