James Schwarzenbach seduto a un tavolo, circondato da collaboratori, mentre firma un documento relativo all’iniziativa contro l’inforestierimento in Svizzera

1970: la sconfitta di Schwarzenbach (prima parte)

La figura di James Schwarzenbach continua a rappresentare uno snodo cruciale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Il suo nome evoca un dibattito acceso, spesso raccontato senza aver vissuto da vicino quel periodo o conosciuto personalmente il protagonista. Questo articolo apre una riflessione più ampia su un’epoca complessa, segnata da tensioni sociali, timori identitari e trasformazioni profonde della società svizzera.

Nota della redazione
Con questo contributo si inaugura una nuova serie dedicata a figure, eventi e dinamiche che hanno segnato la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Questo primo articolo affronta la figura di James Schwarzenbach, mentre i prossimi approfondiranno il contesto sociale, politico ed economico di quegli anni.


Nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera Schwarzenbach è probabilmente il personaggio più noto. Io stesso ho scritto più volte di lui, ma a differenza di molti che ne scrivono senza averlo conosciuto (intendo personalmente) e senza aver mai avuto la pazienza di leggere i suoi scritti e i suoi principali interventi politici, io l’ho incontrato, ho discusso con lui di immigrati (italiani) e del futuro della Svizzera, ho letto molti suoi interventi, interviste e prese di posizione. Credo pertanto di poter fornire ai lettori qualche considerazione sostenibile sul personaggio, sulla xenofobia di quel periodo a cavallo degli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, sulle condizioni dell’immigrazione (in particolare di quella italiana) e anche sulla nuova politica federale verso gli stranieri successiva alla sconfitta del 1970.

Schwarzenbach e la situazione

Schwarzenbach è ancora considerato da molti immigrati un estremista di destra, xenofobo, razzista, anti-italiano, che negli anni Sessanta reclamava la riduzione del numero di stranieri (da «cacciar via») a danno soprattutto degli immigrati italiani, perché era diffusa l’incertezza sul futuro e la paura dell’«inforestierimento» (Überfremdung). Benché non sia stato lui a crearla, come molti ancora credono, in essa trovò un terreno fertile per la diffusione della sua ideologia xenofoba e della sua ricetta: ridurre la popolazione immigrata al 10 per cento della popolazione complessiva.

Per capirne la portata è bene ricordare che nel secondo dopoguerra, con la ripresa dell’economia e dell’immigrazione in massa dall’Italia, si ripropose in alcuni ambienti svizzeri il tema dell’inforestierimento. E quando i dati del censimento della popolazione del 1960 rivelarono che gli stranieri costituivano oltre il 10 per cento (10,8%) della popolazione complessiva, molti politici, sindacalisti e lavoratori comuni cominciarono a preoccuparsi, ritenendo fra l’altro che non fossero rispettate le prescrizioni della legge federale sugli stranieri del 1931, che obbligavano le autorità a concedere permessi di dimora (annuale) tenendo conto «degli interessi morali ed economici del Paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera» (art. 16). In effetti sembrava che a prevalere fossero solo gli interessi economici. Fu allora che Schwarzenbach e altri sostenitori dei presunti «valori tradizionali» decisero di battersi «per la protezione della Svizzera».

Purtroppo, il governo federale, debole di fronte allo strapotere dell’economia (che non si faceva scrupolo di far venire masse di operai, anche analfabeti, per sfruttarle e rimandarle al loro Paese quando non servivano più), non potendo intervenire né per rallentare lo sviluppo economico né l’afflusso di manodopera straniera (e frenare così l’inforestierimento), cercò di ostacolare il soggiorno prolungato degli stranieri e delle loro famiglie (nel 1969 avevano superato il milione e il tasso di crescita era più rilevante di quello degli svizzeri) introducendo misure di contingentamento, irrigidendo i controlli e favorendo la stagionalità dei permessi. Si sa, però, che nonostante tutte le restrizioni la popolazione straniera continuava a crescere come l’economia chiedeva.

Ritratto di James Schwarzenbach, politico svizzero, noto per l’iniziativa contro l’inforestierimento del 1970L’«iniziativa Schwarzenbach»

Detto così sembrerebbe che Schwarzenbach ce l’avesse più con gli imprenditori e i politici svizzeri che con gli stranieri e non è un’impressione completamente sbagliata. Ne ebbi conferma durante un incontro con lui negli anni Settanta quando gli chiesi perché invece di prendersela con i politici e i datori di lavoro avesse preso di mira gli immigrati, i meno responsabili di quella situazione.

Mi rispose che non ce l’aveva affatto con gli stranieri (che «poveretti vengono qui solo per lavorare e guadagnare») e tantomeno con gli italiani che stimava per la loro laboriosità, ma con i datori di lavoro senza scrupoli «che fanno venire da noi lavoratori stranieri a buon mercato, senza alcuna informazione sulla Svizzera, senza alcuna preparazione, senza indicazioni precise sul lavoro che avrebbero poi effettuato nelle nostre fabbriche, con la sola prospettiva o l’illusione di restare qui guadagnare un po’ di soldi e tornarsene al proprio Paese, altro che sforzarsi di capire il nostro mondo o assimilarsi al nostro modo di vivere…!».

In realtà Schwarzenbach ce l’aveva anche con gli immigrati, che riteneva funzionali all’economia ma non alla cultura svizzera perché non assimilabili. E quando gli obiettai che per «assimilarsi» gli stranieri avevano bisogno di motivazioni e di stimoli, mi rispose che «un numero grande di persone non è mai assimilabile» e che le masse di stranieri, racchiuse in ghetti, rappresentavano un pericolo per la sopravvivenza della cultura svizzera: «così facendo noi alimentiamo nel nostro Paese le sottoculture, che finiranno per rovinare inevitabilmente la nostra cultura nazionale».

Replicai che non tutti gli stranieri erano analfabeti o senza cultura e che comunque la maniera per evitare che finissero per costituire dei ghetti culturali e sociali non era quella di cacciarli via, ma insistette sulla sua convinzione che la massa non è mai assimilabile.

A distanza di anni, continuo a ritenere quell’iniziativa ingiustificabile, ma che meriti comunque una spiegazione. Eccola. Schwarzenbach e buona parte dell’opinione pubblica non avevano fiducia nella politica del Consiglio federale (benché fin dal 1963 cercasse invano di ridurre gli ingressi degli stranieri per motivi di lavoro), perché il predominio dell’economia che li voleva era assoluto. D’altra parte, benché si sentisse sostenuto incondizionatamente da un partito molto combattivo, com’era allora l’Azione Nazionale, ma irrilevante politicamente, Schwarzenbach considerava velleitario ingaggiare una lotta contro la politica e l’economia, per cui puntò tutto sulla democrazia diretta e sul voto popolare in grado di modificare la Costituzione e costringere il governo a ridurre drasticamente la minaccia straniera, facendo leva sul malcontento della gente.

Giovanni Longu

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