16. L’Europa della prima metà del Novecento

Tra le cause principali della prima guerra mondiale ci furono secondo molti storici la spinta nazionalistica di alcuni Stati, la mania di grandezza di altri e l’incapacità dei grandi Imperi di gestire la difficile convivenza multietnica

Le conseguenze furono pesanti: il crollo dell’Impero austro-ungarico (da cui nacquero nuovi Stati nazionali indipendenti), il drastico ridimensionamento della Germania, la fine delle tradizionali alleanze (Triplice e Quadruplice) che avevano garantito la pace in Europa per quasi un secolo e la loro sostituzione con altre, destinate a costituire i futuri blocchi, l’ulteriore distacco della Russia dall’Occidente, l’indebolimento generale dell’Europa e il congelamento dell’ideale unitario. Non subì invece nessun contraccolpo il nazionalismo, principale causa della guerra. E le radici cristiane? Non furono eliminate, ma rimasero nascoste, pronte a riemergere.

L’«inutile strage»

Le conseguenze della guerra per l’Europa furono enormi e durature. Oltre ai milioni di morti e feriti (l’«inutile strage» di cui aveva parlato il Papa Benedetto XV) e alle incalcolabili distruzioni, alcune decisioni del Trattato di pace (Versailles 1919) riguardanti in particolare la Germania crearono addirittura le premesse per il successivo conflitto mondiale. Il Reich tedesco fu infatti punito pesantemente, su insistenza della Francia e nonostante i dubbi del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

D’altra parte, non si voleva che potesse ripetersi in Europa un nuovo «caso Germania», uno Stato che dall’unificazione (1871) non aveva fatto altro che violare le «regole» del Congresso di Vienna a danno di altri Stati per diventare un impero. Pertanto la Germania doveva essere «punita» esemplarmente, costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra e a restituire i territori precedentemente sottratti a Francia (Alsazia e Lorena), Belgio, Cecoslovacchia e Polonia, condizionata militarmente ed economicamente. Nemmeno la Russia, per simili violazioni delle «regole» era stata punita altrettanto severamente (sebbene anch’essa aveva dovuto restituire le terre occupate ingiustamente).

Di fatto, le sanzioni, com’è noto, produssero molti danni non solo alla Germania (perché alimentarono nei tedeschi forti risentimenti che saranno sfruttati dai nazisti per la presa del potere nel 1933), ma all’intera Europa. Da allora, infatti, la paura di una nuova guerra invase il continente e spinse gli Stati vincitori a un riarmo sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, che vi contribuirono notevolmente non senza chiedere in contraccambio l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, che l’economista Vilfredo Pareto etichettava come «imperialismo».

Capitalismo e comunismo

La conseguenza più grave per l’Europa fu però senz’altro la sua perdita d’identità non tanto perché in una serie di concetti tradizionali (diritto, giustizia, nazionalità, democrazia, libertà) s’insinuarono nuove interpretazioni, ma perché ogni Stato doveva scegliere o sottostare a una sfera d’influenza, quella occidentale a guida statunitense o quella orientale a guida russa (poi, dal 1922, sovietica), che di quei concetti davano interpretazioni diverse, sintetizzate (almeno in parte) nei termini di capitalismo (che V. Pareto chiamava anche «plutocrazia democratica») e comunismo.

In questa situazione di sfacelo, nemmeno la religione, riuscì a restare illesa. Fu infatti coinvolta in tutti i Paesi belligeranti e il Vaticano fu costretto a limitare i suoi interventi non solo per evitare divisioni tra i cristiani dei vari Stati, animati spesso da un sincero sentimento patriottico rispettato dalla Chiesa, ma anche per non urtare la sensibilità di alcuni governi, che si sentivano investiti di una sorta di «missione» salvatrice.

Quando però la cattiveria della guerra si manifestò in tutta la sua brutalità, nel 1917 il papa Benedetto XV non poté fare a meno di appellarsi alla coscienza dei governanti per fermare quella carneficina e sedersi al tavolo delle trattative per una pace «giusta», che tenesse conto più che del trionfo militare delle «aspirazioni dei popoli».

Purtroppo le armi non si fermarono e anche questo appello del papa rimase inascoltato, come quelli che aveva rivolto ai grandi della terra fin dal 1914. Continuava però senza soste l’attività diplomatica della Santa Sede, offrendo mediazioni e suggerimenti concreti per una «pace giusta e durevole», intervenendo per lo scambio dei prigionieri come pure per l’ospedalizzazione in Svizzera di feriti e malati di tutti gli Stati belligeranti.

Benedetto XV non fu ascoltato, ma i suoi appelli alla pace, alla diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, allo spirito di conciliazione, ai benefici per il consorzio umano di una pace duratura… non hanno perso d’attualità. Inspiegabilmente, talvolta, si continua a preferire l’«inutile strage», mentre tutti i problemi si potrebbero risolvere pacificamente.

Di Giovanni Longu

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